martedì 14 novembre 2017

In difesa di Valdo Vaccaro



Ho appena visto il video delle Iene con l'Igienista Valdo Vaccaro e il Dott. Mastrangelo in cui l'intervistatrice insulta entrambi di dire castronerie prive di fondamento scientifico. Scrivo questo post con la speranza che chi lo leggerà, si farà un'idea propria in materia, poi perché sono stufa di questo pseudo-giornalismo d'inchiesta da quattro soldi e poi perché stimo Valdo Vaccaro e, anche se sa difendersi da solo, sento la necessità di dissentire da questo servizio che comincia con le affermazioni di una persona che poco ne sa di ciò che dice, mettendo così Vaccaro e Mastrangelo sul suo stesso piano. Vi metto qualche link sull'argomento in modo che possiate sapere cosa vuol dire esattamente che l'HIV non esiste. 


E su coraggio, fatevi un'idea vostra! Tra l'altro, quando avevo 20 anni (ben 18 anni fa), comprai un libro intitolato "Tutto quello che sai è falso" in cui si sosteneva la stessa tesi "negazionista" sull'Aids. Buona lettura.

sabato 16 settembre 2017

Giuliana di Sclerosette a Radio Godot



Ciao a tutti Sclerosetti di tutto il mondo e non. Una domanda che indigna, lascia indifferenti o  rende speranzosi. In ogni caso, ricordatevi che siete responsabili per la metà della comunicazione, vale a dire, per come ricevete e interpretate il messaggio, tutto il resto, è fuffa. A questa domanda hanno risposto persone ben più illustri di me: la Dott.ssa Catherine Kousmine, Norman Cousin, Patch Adams, Colin Campbell, Ippocrate e molti altri. Voi ascoltate e, se vi va, diteci la vostra. Io vi dirò la mia.
Giuliana

mercoledì 30 agosto 2017

Scienza medica o fuffa? Tremate, tremate le coscienze son destate…

Tremate, tremate le coscienze son destate…

«Otto friulani su 10 consultano internet per cercare informazioni sulla propria salute e l’80% va alla ricerca di rimedi a disturbi o malattie anche gravi».
A lanciare questo gravissimo allarme è il dottor Guido Lucchini, presidente dell’ordine medici e odontoiatri di Pordenone.

I medici sono bravi a fare le analisi, ma le sintesi forse sono impossibili per certe menti incastonate in un sistema rigido e cristallizzato.

La domanda che si farebbe un bambino è la seguente: se 8 friulani su 10 passano dalla medicina allopatica a quella naturale e complementare - cercando altre strade terapeutiche - ci saranno delle motivazioni o sono tutti squilibrati da internare? Sono tutti ignoranti?
 
Risponde il dottor Maurizio Scassola, vicepresidente nazionale della tristemente nota Fnomceo, la federazione-sindacato degli vari ordini dei medici: 

«a navigare sul web in cerca di rimedi fai-da-te sono soprattutto persone anche laureate o comunque con istruzione superiore».
Quindi non stiamo parlando di poveri ignoranti, ma di persone istruite e ben informate!

Spingiamoci ancora un centimetro più in là, facendo un ulteriore sforzo mentale di comprensione. Tali dati confermano che sempre più persone si stanno svegliando dall’anestesia cerebrale perché hanno perso fiducia in una medicina protocollata e fagocitata dalle lobbies del farmaco. Serve una laurea per capirlo?

LA SCIENZA E' IN PROFONDA CRISI
La conferma che il Sistema sta vivendo una profondissima crisi arriva dalle principali riviste scientifiche al mondo. Recentemente «Nature» (www.nature.com/…/1-500-scientists-lift-the-lid-on-reproduci…, 28 luglio 2016) ha pubblicato un articolo nel quale si è dimostrato come più del 70% delle ricerche scientifiche prese in esame avesse fallito i test di riproducibilità.

Ovviamente nonostante ciò sono state pubblicate, diffuse e citate da altri ricercatori come base dei loro stessi esperimenti.

Se si replicano i lavori scientifici nell’ambito oncologico il quadro è ancora più inquietante.
Lo ha fatto nel 2011 il direttore del dipartimento di oncologia della Amgen e il risultato è sconvolgente: «solo l’11% degli esperimenti scientifici considerati come pietre miliari in quel settore di ricerca (oncologico), erano riproducibili».

La scienza, grazie al metodo galileiano, si basa proprio sulla riproducibilità, giusto? Ma se la quasi totalità degli studi “scientifici” ufficiali (pubblicati su riviste accreditate) non sono riproducibili: è scienza o fuffa?

E’ la Vita, non il web, che lo insegna: sempre più persone stanno abbandonando le cure proposte dalle industrie chimiche perché i danni causati dai farmaci superano i benefici.

Nonostante le parole confortanti degli esperti di salute pubblica, la mortalità per cancro (o sarebbe meglio dire per chemio) è in costante crescita esponenziale; le malattie cardiovascolari continuano a falcidiare la popolazione di tutte le età; le malattie autoimmuni e cronico-degenerative toccano sempre più persone e sempre prima nel tempo, per non parlare del cancro pediatrico, di cui l’Italia vanta il triste primato in Europa.

In tutto questo marasma il ministero della salute che fa?
Blinda il parlamento (usando la squallida minaccia della fiducia) per mettere gentilmente a disposizione di GSK, Merck e Sanofi-Pasteur milioni di corpi umani (tra cui moltissimi neonati e bambini) per essere usati nella più grande sperimentazione clinica a cielo aperto e non controllata mai realizzata al mondo.

Siamo osservati speciali e i vari paesi d’Europa attendono con trepidazione per capire cosa accadrà qui da noi. Anche le multinazionali sono eccitate e in attesa perché se passerà da noi tale linea, passerà nei vari stati.

Il grossissimo problema per il Sistema è che quel rapporto dell’80% indica una sola cosa: il risveglio delle coscienze è in atto ed è applicabile anche a livello nazionale.

Questo il Sistema lo sa benissimo e lo teme rifuggendo come la peste bubbonica. Ecco il motivo per cui stanno cercando in tutte le maniere di intervenire con metodi coercitivi, illegittimi, incostituzionali e dittatoriali. E lo devono fare in tempi strettissimi perché stanno perdendo il controllo sociale…
Marcello Pamio - 26 luglio 2017
fonte: http://www.disinformazione.it/Coscienze_destate.htm
Correlati:
-          La scienza non può!

sabato 26 agosto 2017

Le 8 ore di lavoro servono per impedire lo sviluppo delle facoltà nascoste in ogni uomo



Le 8 ore di lavoro servono per impedire lo sviluppo delle facoltà nascoste in ogni uomo
La società occidentale cerca di distruggere sistematicamente la volontà dell’individuo, impedendogli di pensare, riflettere, migliorare. A questo servono le 8 ore di lavoro.
La quantità della nostra vita giornaliera scaglionata in ventiquattro ore.
Otto ore lavorative. Restano sedici ore.
Otto di sonno (se si vuole rispettare la fisiologia). Restano otto ore.
Mediamente e approssimativamente almeno un’altra ora (di vita) va persa per il tragitto casa-lavoro/lavoro-casa. Ci restano sette ore.
Togliamone una per il necessario incameramento d’energia (non dico per pranzare e cenare siccome in un’ora non si può fare né l’una né l’altra cosa). Ed almeno un’altra ora va tolta per la necessaria igiene personale. Ci restano cinque ore.

Un’ora è lo stretto indispensabile per informarsi anche solamente ai fini della sopravvivenza nella nostra società cosiddetta della comunicazione, ma che come pure è stato precisato andrebbe considerata dello stoccaggio e della moltiplicazione esponenziale dei dati o informazioni. Informarsi sull’incremento quotidianamente esponenziale di questo stoccaggio non è quindi un optional ma dai vaccini alle tasse è una necessità di sopravvivenza. Restano quattro ore.
Almeno un’ora anche il single (condizione pure questa da ricollegare con le otto ore lavorative) dovrà dedicarla o è inevitabile che la dedichi a rapporti familiari e comunque sociali. Siano essi pure ridotti ad una telefonata o ad una mail coinvolgenti all’altro capo del mondo genitori o conoscenti o anche centralinisti per un’offerta commerciale. Eccoci giunti così alle tre ore di libertà che la nostra società in media ci permetterebbe quotidianamente.

Che fare in queste tre ore? Niente. Non si può fare proprio niente in tre ore quotidiane di libertà o di relativo ammorbidimento delle costrizioni. E quindi è impossibile mettere a frutto quella che secondo la nostra tradizione è la “semenza” dell’uomo ossia il “seguir virtute e canoscenza”, è impossibile conseguire la sapienza.

Tre ore di effettiva libertà non sono sufficienti per lo sviluppo delle nostre facoltà latenti, quindi resteremo ciò che siamo, ed è proprio questo ciò che vuole il sistema.
E’ evidente quindi che tutto il sistema in cui viviamo è un complesso apparato volto a impedire lo sviluppo delle facoltà latenti in ogni uomo.
Facendo lavorare ogni individuo otto ore al giorno e anche più, ci si assicura che la persona non abbia tempo per evolversi, dovendo pensare soprattutto a mantenersi.

I cibi sempre peggiori, la pubblicità insistente solo sul materialismo, la completa estromissione dai media, dai film, dai telefilm, dagli spettacoli, e dall’informazione in genere, di tutto ciò che è spirituale, produce l’effetto visibile a tutti: l’annichilimento delle persone, l’azzeramento delle volontà, una società di infelici, persone che non conoscono il senso della vita, che sono depresse, che hanno paura di tutto (della bocciatura, della morte propria e altrui, di essere lasciati dal partner, del proprio datore di lavoro cui si sottomettono come schiavi per paura di perdere il lavoro, di parlare in pubblico, di perdere i loro soldi, la loro casa, la loro auto, ecc.) e che sono schiave docili del sistema e i cui svaghi principali sono il calcio o la discoteca, due delle cose più inutili che la mente umana abbia prodotto. FONTE

venerdì 25 agosto 2017

Gli esagerati compensi per i medici che fanno le vaccinazioni!!!

Cifre scandalose: ecco quanto incassano i medici facendo i vaccini – Ora, dopo aver letto questo, chiedi il parere del tuo medico sui vaccini…

Sul numero 5 di Toscana Medica, di maggio 2015, troviamo un articolo interessante. Toscana Medica è un «Mensile di informazione e dibattito per i Medici toscani a cura dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Firenze». Il link alla copia online lo trovate cliccando qui, sul sito www.ordine-medici-firenze.it.

A pagina 21 troviamo lo «Schema di accordo regionale per l’effettuazione delle attività di vaccinazione nell’ambito della pediatria di famiglia». Nella pagina successiva troviamo il paragrafo «Compensi». Vi leggiamo:
«Per le attività di informazione, promozione, acquisizione del consenso informato, effettuazione dell’atto vaccinale, registrazione della vaccinazione, segnalazione e recupero degli inadempienti da parte del pediatra di famiglia si fa riferimento a quanto stabilito dal punto 4.3 dell’AIR 2001, tuttora vigente, che prevede un compenso che si articola in una tariffa per la prestazione vaccinale e in una per il raggiungimento di obiettivi.
Al fine di venire incontro alle esigenze della Regione Toscana, riferite ai processi di sostenibi- lità economica in atto, si concordano le seguenti tariffe da applicarsi in sede di prima applicazione del presente Accordo. Le parti condividono di effettuare una rivalutazione in occasione del prossimo AIR nel quale, nel caso in cui si evidenzino reali risparmi derivanti da una sempre maggiore presa in carico delle vaccinazioni da parte dei pediatri famiglia e conseguente diminuzione degli ambulatori pubblici, si possano riqualificare le tariffe riportandole a quanto già previsto dall’attuale AIR.

Esecuzione della prestazione:
• 15,00 euro per ogni atto vaccinale mono o pluri-somministrazione.
Raggiungimento dei singoli obiettivi:
• 1.000 euro per copertura vaccinale tra i propri assistiti > 95% x terza dose esavalente;
• 1.000 euro per copertura vaccinale tra i propri assistiti > 95% x morbillo;
• 1.000 euro per copertura vaccinale tra i propri assistiti femmine > 80% x papilloma virus.

I relativi premi di obiettivo sono dimezzati per il raggiungimento di coperture tra 92 e 95% per terza dose esavalente e morbillo, e di coperture tra 71 e 80% per papilloma virus. Per coperture inferiori a quanto sopra specificato non è previsto alcun premio obiettivo. La copertura viene valutata al 31 dicembre di ciascun anno, tenendo conto di escludere dal calcolo i soggetti irreperibili e quelli che hanno firmato il dissenso informato».

Questi sono i compensi per i medici della Regione Toscana ma è lecito supporre che non siano tanto diversi da quelli di altre regioni.
Sul sito www.salute.gov leggiamo che «Il pediatra può seguire di regola non più di 800 assistiti, ma possono essere concesse deroghe in relazione a particolari situazioni locali, come avviene nel caso in cui in una zona non c’è disponibilità di altri pediatri, oppure quando in una famiglia si aggiunge un nuovo bambino».

Vogliamo divertirci a fare un rapido calcolo? Se un pediatra ha 500 assistiti e riesce a raggiungere i tre obiettivi sopra riportati, si mette in tasca, oltre ai 3000 euro, anche 15 euro «per ogni atto vaccinale».
Considerando che il 95% di 500 è 475, dobbiamo moltiplicare questo numero per 15 e quindi: 475*15=7125.
Avete letto bene: 7125 euro. Per l’esavalente. A cui si sommano 7125 euro per il morbillo. Quindi 14250 euro.
Non solo: l’80% di 500 è 400 e quindi, per il papilloma virus dobbiamo moltiplicare 400*15=6000.
Ora possiamo tirare delle somme approssimative: 3000 euro di obiettivi + 7125 euro (95% esavalente) + 7125 euro (95% morbillo) + 6000 euro (80% papilloma) = 23250 euroE non abbiamo considerato le altre vaccinazioni…

Si tratta di cifre così elevate che ci viene quasi il dubbio di esserci sbagliati. Però abbiamo rifatto i semplici calcoli più volte e il risultato è questo. Abbiamo maleinterpretato in qualche modo il documento pubblcato su Toscana Medica? Lo speriamo ma non ci sembra.

Lo speriamo perché quei soldi sono soldi dei cittadini che pagano le tasse e perché, se questi dati fossero reali, come purtroppo sembra, si capirebbe perché tanti padiatri non hanno alcun dubbio sulle controverse vaccinazioni…
Viene in mente quella canzone di Caparezza, «Sono troppo stitico», quando dice: «Fidati di ‘sti impasti chimici, te li danno medici che vanno in vacanza ai Tropici».

Fonti:
lapillolarossa15.altervista.org/tag/vaccini/ – Inchiesta shock – Premi in denaro ai pediatri che fanno vaccinareEcco in realtà a cosa servono i vaccini !!
https://codacons.it/vaccini-toscana-premi-denaro-3000-euro-ai-pediatri-vaccinano-almeno-95-dei-propri-assistiti/
via Zapping

martedì 22 agosto 2017

Genitori manipolatori: confusione tra i bisogni dei figli e i bisogni infantili dei genitori

Post di Marco Salerno Psicologo e Psicoterapeuta, interamente tratto dal sito Psicoadvisor: http://psicoadvisor.com/genitori-manipolatori-confusione-bisogni-dei-figli-bisogni-infantili-dei-genitori-5772.html Molto interessante! 


I genitori sono la fonte di protezione, rassicurazione, accoglienza e amore incondizionato che agiscono per il bene dei figli e favoriscono la loro crescita, soddisfando i loro bisogni e favorendo l’acquisizione dell’autonomia.

La coppia genitoriale e’ composta da due individui distinti, che vivono, agiscono e pensano a seconda del grado di consapevolezza e di maturazione affettiva emotiva che hanno raggiunto

E’ possibile distinguere genitori sani ed equilibrati che allevano i loro figli amandoli in modo nutriente e responsabile, riconoscendoli come esseri viventi a se’ stanti. Sono consapevoli dei loro punti di forza e dei loro limiti, desiderosi di migliorarsi e di ascoltare i propri figli per garantire loro una vita equilibrata ed emotivamente soddisfacente.
I genitori affetti da problemi psicologici, da nodi esitenziali irrisolti, da dipendenze e da patologie psichiatriche, situazione molto diffusa piu’ di quanto si possa immaginare, manifestano ogni giorno nella relazione con i figli il loro disagio sotto forma della manipolazione affettiva.
Essere genitori non implica avere la capacita’ di amare consapevolmente i propri figli, un genitore e’ colui che genera i figli fisicamente o li adotta ma sono solo le singole persone che attribuiscono un significato autentico a questo ruolo.
Coloro che pur essendo genitori, vivono nella relazione con i figli le loro ferite infantili, si caratterizzano per un alto grado di immaturita’ che crea un clima emotivamente tossico nella famiglia.
La profonda confusione tra i bisogni dei figli e i bisogni infantili dei genitori che si comportano ancora come bambini con la loro prole, e’ alla base del processo di manipolazione affettiva che si innesta sul bisogno di accudimento che ogni bambino ha.
Un bambino ha bisogno della presenza e dell’assistenza di almeno un adulto per fare fronte ai propri bisogni, il genitore in quanto adulto deve adeguarsi alle esigenze dei figli e non viceversa. I bambini hanno bisogno di sentirsi amati, l’amore deve essere manifestato in modo chiaro, non ambiguo, con parole e gesti coerenti tra loro, hanno bisogno di una guida e di protezione, di genitori che mantengono le promesse e danno la possibilita’ ai figli di esprimere i loro sentimenti negativi e positivi.
Il sentimento piu’ importante che un bambino puo’ e deve provare e’ la fiducia in se stesso che affonda le sue basi nell’amore, nell’approvazione dei genitori, nella percezione del proprio corpo e nell’accettazione di se’.
I figli che non si sentono amati, non attribuiscono la mancanza di amore ai genitori ma a se stessi, si sentono in colpa di avere fatto qualcosa che ha portato il genitore ad allontanarsi da loro e si sentiranno inadeguati e non amati.
Pur di ricevere amore un bambino arriva a negare le proprie emozioni, ad adeguarsi a tutti i tipi di richieste dei genitori, riducendosi a mendicare l’amore. Secondo la psicologa Kathya Bonatti, i bambini non amati cercano in ogni modo di rendere felici i genitori, adeguandosi alle loro richieste e modificando il proprio sentire nella speranza di essere riconosciuti.
In questo caso si parla di “bambini ammaestrati” che secondo la Bonatti rimangono legati ai genitori solo compiacendoli ed illudendosi attraverso la dipendenza di essere amati. Questi bambini domani saranno adulti che mendicheranno amore e cercheranno l’appagamento emotivo all’esterno, si aspetteranno che i loro bisogni vengano soddisfatti da un’altra persona, nell’attesa di essere continuamente nutriti.

La psicologa Kathya Bonatti distingue due tipi di cause all’origine delle ferite emotive di un bambino:

Cause omissive

Si intendono mancanze, assenze, carenza di attenzioni riscontrabili sin dalla nascita, mancanza di cure igieniche che comportano sofferenze e ferite nei bambini. Tra queste cause si annovera anche l’assenza di contatto, calore, carezze, scarso o nessun ascolto, prestare poca attenzione, non sostenerli nelle loro scelte e non sottolineare il loro valore. Tutto questo crea dei veri “buchi emotivi” che vanno a minare l’autostima del figlio.

Cause commissive

Sono comportamenti di natura violenta sia fisica che psichica messi in atto volontariamente. Le violenze psicologiche sono quelle che vengono attuate senza forza fisica ma il cui effetto e’ altrettanto devastante, sono esercitate attraverso la comunicazione verbale e non verbale, punizioni, denigrando i figli con il sarcasmo, l’ironia, sminuendo i loro obiettivi e sforzi, facendo paragoni, riversando su loro la propria insoddisfazione e rabbia.
Tra le cause commissive sono annoverate altri tipi di violenza tra cui le violenze energetiche,quando i bambini non subiscono ne violenza fisica ne psicologica diretta ma vivono in una condizione di terrore costante, minacciati da eventi imprevedibili come quando hanno genitori alcolisti. Sia le cause omissive che quelle commissive sono all’origine della manipolazione affettive e mentali.
“Le manipolazioni affettive e mentali sono un tipo di interazioni che hanno lo scopo di influenzare gli altri senza che questi se ne rendano conto. Sono attuate tramite le parole, i comportamenti e gli atteggiamenti, i pensieri e le discussioni” (K. Bonatti). 
Nello specifico della relazione genitori-figli la manipolazione e’ molto facile da mettere in atto perche’ i bambini sono dipendenti fisicamente ed emotivamente dai genitori ed assorbono tutte le informazioni che provengono da loro senza metterle in discussione ma le considerano una inconfutabile verita’ anche se contraddetta dai fatti.

Si possono annoverare quattro tipologie di manipolazione:

Manipolazione omissiva: si attualizza attraverso comportamenti omissivi perpetrati dal padre o dalla madre o da entrambi con azioni come il “non dire”o il “non fare” attraverso le quali i genitori conseguono i loro obiettivi svalutativi nei confronti dei figli. (Es. non coccolare, non ascoltare i figli, interromperli quando parlano, non prendersi cura di se stessi, facendo arrivare ai figli il messaggio che essi non sono cosi’ importanti).

Manipolazione commissiva

I genitori mettono in atto tale manipolazione per ottenere un loro tornaconto personale di tipo psicologico, sociale, economico. (I genitori che spingono i figli a sposarsi per avere nipoti, li usano come mezzo per dare un senso alla loro vita a prescindere dai desideri dei figli.
I genitori che inviano messaggi ambigui e ambivalenti ai figli chiedendo due cose opposte, distruggono l’autostima dei figli che si sentono incapaci di raggiungere due obiettivi in antitesi. I genitori che creano rivalita’ tra i figli, che impediscono il raggiungimento dell’autonomia economica ed affettiva, che criticano le loro scelte del partner).

La manipolazione raffinata

Questo tipo di manipolazione e’ preceduta da un atteggiamento di generosita’ e di attenzione per i figli per cui e’ difficile da riconoscere. (Es. quando i genitori hanno garantito il benessere ai loro figli pretendono poi che questi li ripaghino soddisfacendo i loro bisogni, confidare ad uno dei figli di essere il preferito il quale poi si sente di non avere il diritto di chiedere altro.
Oppure lodare un comportamento dei figli che va ad esclusivo vantaggio dei genitori come usare i figli come parafulmine per i problemi coniugali, piuttosto che richiedere comprensione dei figli quando questi svolgono professioni di tipo medico, legale, ecc).

Il vittimismo

E’ il tipo di manipolazione grazie a cui i manipolatori si auto vittimizzano per raggiungere i loro scopi. ( Es. quando un genitore trascura la propria salute per lamentarsi ed attirare l’attenzione del figlio, chiedere sempre aiuto per cose che potrebbero fare da soli). Il vittimismo permette di controllare i figli senza chiedere loro nulla in modo adulto, diretto, non assumendosi la responsabilita’ delle loro richieste.

Il senso di colpa

E’ il modo principale per controllare i figli e mantenere il potere su di loro facendoli sentire in colpa per qualunque motivo, l’obiettivo ultimo e’ far si che loro non sentano mai i loro bisogni ma siano sempre sintonizzati su quelli dei genitori.

Ricatti affettivi

Tipico esempio di questo tipo di manipolazione e’ la frase: ”se non fai questo mamma o papa’ non ti vuole piu’ bene”. In questo tipo di manipolazione il genitore si dipinge come un martire e il figlio deve salvarlo in ogni modo per non farlo stare male, compiacendolo completamente e negando i propri bisogni e desideri.
I genitori che adottano questo tipo di manipolazione presentano ai figli il conto di quanto hanno dato loro, per cui i figli sentono che non hanno ricevuto dai genitori in modo incondizionato e si adeguano alla richiesta di restituire quello che hanno ricevuto. (Es. la madre non ha abortito per cui il figlio deve essere grato; la madre si e’ sacrificata per cui i figli devono starle vicino;il padre e’ infelice per cui i figli devono rendergli la vita piu’ vivibile).
Quando la manipolazione e’ attuata con un figlio piccolo, questi non sapendo cosa significhi “essere cattivo” ma lo apprende in base al significato che i genitori attribuiscono a questa affermazione, congela le proprie emozioni e si adegua completamente al volere genitoriale per non perdere l’oggetto d’amore.
Quando la manipolazione avviene con i figli adulti, questi a causa del ricatto emotivo, non riescono ad esprimere la rabbia verso i genitori per paura di far loro del male.
Tali dinamiche rimangono sempre uguali anche quando i figli diventano adulti, perche’ la paura della perdita ha congelato le emozioni al periodo in cui sono avvenute le manipolazioni, per cui le reazioni che gli adulti mettono in atto sono le stesse che adottavano quando erano piccoli.



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sabato 19 agosto 2017

Chemioterapia: la strana pratica di somministrare veleni ai pazienti per guarirli.

Cancro: un crepuscolo degli dei.

Tratto dal libro di Alberto R. Mondini "Il tradimento della medicina"
Come è nata questa strana pratica di somministrare terribili sostanze ai pazienti per guarirli, la chemioterapia?

Essa si basa sul fatto che le cellule cancerose sono più deboli di quelle sane, pertanto, sotto l'azione di veleni o di radiazioni ionizzanti, sono le prime a morire. Questa constatazione porta però a una delle pratiche più insensate della storia della medicina: avvelenare ed irradiare il paziente per guarirlo! Anche la persona meno informata, riesce a comprendere che guarigione significa miglioramento della salute.

Nessuna persona sana di mente penserebbe che l'inquinamento, gli esperimenti atomici o l'incidente di Chernobyl siano i provvidenziali vantaggi dei nostri tempi per mantenerci sani.

Tutte quelle discussioni fatte in televisione di volta in volta su chemio o medicine alternative hanno un solo scopo: confondere le idee e annebbiare le menti della gente. 
In verità la questione è di una semplicità lapalissiana e disarmante. Vogliamo sapere se la chemio è una terapia valida o no? 

E’ molto facile saperlo; basta fare quello che si fa con qualsiasi altra cosa di qualsiasi genere per sapere se è funziona o no: si osservano i RI-SUL-TA-TI...

Su di essa esistono studi, statistiche, dati ufficiali accurati.
E’ vero che gli oncologi, con la complicità dei media, creano su di essi una cortina fumogena, ma non è per niente difficile averli; poi basta leggerli. Io li ho trovati e ve li posso comunicare. Ripeto: questi non sono i miei dati, sono i dati ufficiali dell’oncologia ufficiale. Confrontateli con le centinaia di ore di chiacchiere televisive trionfalistiche di Tirelli & C.

Prima di tutto bisogna sapere cosa si intende in medicina per paziente guarito di cancro. Poiché effettive guarigioni non ne ottengono mai, definiscono guarito colui che sopravvive almeno cinque anni dal giorno della diagnosi, anche se muore cinque anni e un giorno dopo, anche se alla fine del quinto anno ha un cancro grande come una zucca che gli sta straziando il corpo...

Credo che veramente poche persone conoscano questo dato. Non è che venga tenuto segreto; ma, per darvi un’idea, io per televisione in tanti anni l’ho sentito spiegare solo un paio di volte e solo di sfuggita.
Ricordatevi che cambiare il significato alle parole è un mezzo importante per confondere e dominare. Questo dato pertanto è fondamentale, è una chiave per capire veramente tutti i discorsi che fanno gli oncologi quando parlano di “guarigione”.
Premesso ciò, loro proclamano che: ogni 100 persone che si ammalano di cancro, 50 guariscono; in altre parole ciò significa soltanto che 50 muoiono entro 5 anni dalla diagnosi, le altre dopo.

In verità la cose stanno perfino molto, ma molto peggio di così.
Se lasciamo perdere le chiacchiere televisive e le cialtronate per ottenere offerte e finanziamenti e ci riferiamo a ciò che effettivamente è scritto e provato, troviamo che la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di “tumore certo” è mediamente del 7%. Nella tabella seguente trovate i dati riferiti ad alcuni specifici tipi di tumore. Sono presi dal monumentale trattato “Medicina Oncologica” di Bonadonna e Robustelli” (testo universitario): mille pagine per dire “non ci abbiamo capito niente”.

Tumore / Sopravvivenza a 5 anni
Glomi maligni (cervello):  meno di 10%
Distretto cervico facciale:  meno di 5%
Melanomi maligni meno: di 20%
Neoplasie maligne dell’orecchio e della mastoide:  meno di 25%
Polmone:  7,50%
Mesotelioma della pleura:  0%
Carcinoma dell’esofago meno: di 10%
Carcinoma dello stomaco meno: di 13%
Neoplasie del piccolo intestino:  25%
Carcinoma del fegato:  0-2%
Carcinoma della colecisti:  meno di 3%
Carcinoma del pancreas:  2%.
Carcinoma mammario localmente avanzato: 5%

Ma perfino questi dati sono troppo ottimistici! Un lavoro scientifico pubblicato nel 2004, prende in esame dieci anni di statistiche mediche australiane e americane (gennaio 1994-gennaio 2004) sui risultati della chemio nella cura del cancro. I risultati, usciti dallo spoglio di un campione immenso e più che rappresentativo di circa 227.800 casi di tumore, sono catastrofici: in media, solo il 2% dei pazienti sottoposti alla chemio risulta essere ancora vivo dopo 5 anni dall’inizio del trattamento “terapeutico” (1).

Provate un po’ ad immaginare un impresario edile che costruisce case il cui 93 o 98 % crolla entro cinque anni dalla costruzione. Prima di tutto nessuno lo pagherebbe più e poi verrebbe messo in galera; a meno che qualcuno non lo appenda prima al più vicino lampione... Invece gli oncologi vengono strapagati, onorati, vezzeggiati, ascoltati per ore e ore in noiosissime trasmissioni televisive di medicina. I più famosi oncologi italiani riescono a farsi pagare 200-300 euro o più per una visita di 10-15 minuti!

Incomprensibile... Il fatto è che costoro fanno leva sulla paura, sul dolore e sull’ignoranza di questi dati da parte dei malati e dei loro famigliari. Come la paura e l’ignoranza vengono poi alimentate sistematicamente con ogni mezzo, potete facilmente constatarlo voi stessi.

Il Prof. Luigi Di Bella qualche anno fa avvertì che “se una persona viene dimessa dall'ospedale, si dice che è in remissione. Quando ritorna viene curata e viene dimessa un'altra volta. Se ogni dimissione viene considerata come un dato positivo, i conti aumentano. E siccome non si può morire più di una volta, se un individuo è stato dimesso 9 volte ed è morto una volta sola si avrà un 90% di guarigione e il 10% di mortalità. La fortuna dei medici è che si muore una volta sola”.

Estremamente importante in questo contesto è la vasta indagine condotta lungo 23 anni dal Prof. Hardin B. Jones, fisiologo presso l'Università della California, e presentata già nel 1975 al Congresso di Cancerologia, presso l'Università di Berkeley. Oltre a denunciare l'uso di statistiche falsificate, egli prova che i cancerosi che non si sottopongono alle tre terapie canoniche (chemio, radio e chirurgia N.d.A.) sopravvivono più a lungo o almeno quanto chi riceve queste terapie. Come dimostra Jones, le malate di cancro al seno che hanno rifiutato le terapie tradizionali, mostrano una sopravvivenza media di 12 anni e mezzo, quattro volte superiore a quella di 3 anni raggiunta da coloro che si sono invece sottoposte alle cure complete.

Uno studio condotto da quattro ricercatori inglesi, pubblicato su una delle riviste mediche più autorevoli del mondo, The Lancet del 13-12-1975, e che riguarda 188 pazienti affetti da carcinoma inoperabile ai bronchi. La vita media di quelli trattati con chemioterapia completa fu di 75 giorni, mentre quelli che non ricevettero alcun trattamento ebbero una sopravvivenza media di 220 giorni.

Un altro dato fondamentale che indica come le terapie ufficiali per i tumori siano inefficaci, sono semplicemente le statistiche di morte per tumore. Nonostante le decine di miliardi di euro spesi per la ricerca e le centinaia di miliardi per i trattamenti, i dati degli istituti di statistica di tutti gli stati occidentali mostrano che le morti per cancro dal 1950 alla fine del secolo sono continuamente e notevolmente aumentate.

martedì 15 agosto 2017

Aborto Volontario



Post  della  Psicoterapeuta  e Psichiatra Claudia Rivaldi (http://www.psico-terapia.it/info). Fonte originale: http://www.psico-terapia.it/aborto-volontario
A Dario Casadei,
stimato maestro.


L’aborto volontario è un tema spesso ignorato e misconosciuto dalla cultura medica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto psicologico che questo evento ha sulla donna. L’articolo che segue valuta la letteratura presente sulla psicologia del lutto nel post- aborto, e offre spunti di riflessione sul lutto e sulla gestione dei principali sintomi luttuosi.
La radice etimologica della parola aborto è nel termine latino abortus, da ab-orior, letteralmente “venir meno nel nascere, non nascere, morire”; con questo termine, che è il contrario di orior, nascere, si intende dunque la fine del percorso vitale del bambino in utero.
Letteralmente aborto significa morto, perduto. La parola morto richiama inevitabilmente un altro termine, lutto, anch’esso derivante dal latino luctus (da lugere, piangere) ovvero pianto, afflizione profonda causata dalla perdita di una persona cara.
Morte – lutto descrivono una buona parte del vissuto esperienziale dell’aborto, quando cerchiamo di capire cosa accade nell’intimo di una madre, ( e alcune volte, ancora troppo poche, di un padre) quando si sceglie di interrompere una gravidanza, e dunque un processo di genitorialità.

L’aborto oggi è culturalmente svuotato del suo reale significato di morte (del bambino)/perdita (per la madre) e la società occidentale, dimentica che ogni perdita prevede un lutto, nega a chi affronta l’esperienza dell’aborto la possibilità di lutto (non si piange e non si soffre su ciò che si è scelto volontariamente), rendendo l’aborto una morte senza lutto, una morte senza dolore, e quindi per assurdo una morte neutra o addirittura spensierata (è stato meglio così).
L’aborto però non è un concetto astratto di cui discutere sul piano teorico: esso riguarda la relazione tra due interlocutori fisicamente presenti e compartecipi l’uno dell’altro.
L’aborto è un evento che segna il vissuto di moltissime donne e può condizionare la loro successiva genitorialità con i bambini che vengono dopo; l’aborto rappresenta un conflitto tra due scelte, accompagnato dalla perdita, dal lutto (Coleman et al. 2002).
L’interruzione di gravidanza condiziona il benessere sia fisico che psichico della donna, sia a breve che a lungo termine (molte donne conservano la ferita aperta dell’aborto per molti anni e soffrono intensamente anche dopo decenni) e come tutti i lutti richiede una notevole capacità di adattamento a di adeguamento alla nuova realtà; le conseguenze dell’aborto sul piano psicologico e sulla successiva qualità della vita non sono mai trascurabili.
Il lutto accade nonostante l’aborto sia un evento “scelto”, programmato, non accidentale (Bagarozzi 1994; Salvesen et al. 1997).
Il dilemma intrinseco all’aborto, scegliere tra la vita o la morte, lo rende un evento luttuoso particolarmente grave sia da condividere che da gestire ed elaborare; nelle donne e nelle coppie che compiono questa scelta resta spesso un doppio lutto, di perdita e di scelta di perdita, intimamente vissuto e solo raramente condiviso e condivisibile (Stotland, 1998; Reisser, 1999; Kero & Lalos 2000).
Si tende a pensare che chi sceglie di abortire abbia una consapevolezza tale da non provare sentimenti luttuosi e si fatica a comprendere che questa scelta, pur essendo “razionalmente” volontaria, è comunque emotivamente sofferta e può essere vissuta come scelta “indesiderabile” (Congleton & Calhoun 1993).
Le donne sperimentano per molto tempo un intenso vissuto di colpa, che le accompagna per anni; dopo l’aborto la psiche femminile è maggiormente vulnerabile allo stress psicofisico ed è stata descritta una vera e propria sintomatologia da lutto complicato, in cui ai sintomi tipici del lutto si affiancano segni e sintomi di patologie psichiatriche strutturate (Kersting et al. 2004; Kersting et al. 2005). I sintomi più frequenti di questa sindrome sono aspetti depressivi, sintomi tipici del panico, disturbi del comportamento alimentare o disturbi da uso di sostanze (Bradshaw & Slade 2003; Brockington 2000).
Il lutto complicato è un rischio presente in tutti i tipi di lutto; nel caso del lutto post abortivo questo rischio aumenta soprattutto se al momento della scelta e nel periodo immediatamente successivo sono mancati il supporto e il confronto tra partners, in famiglia, in ambito consultoriale e sanitario.
Molte donne manifestano i sintomi tipici del lutto come confusione, prostrazione, colpa, rabbia, vuoto e riportano elevati livelli di sofferenza (Bianchi-Demicheli et al. 2002). Tuttavia nella maggior parte dei casi questa sofferenza resta inespressa, perché le donne non si sentono degne e libere di soffrire, per un dolore oggetto di così tante attribuzioni di significato da essere snaturato nella sua essenza luttuosa.
Il lutto dell’aborto, ancora più degli altri lutti, viene spesso vissuto in sordina, senza cercare o ricevere appoggio esterno: il giudizio così fortemente legato all’atto incute timore laddove dovrebbe esserci ricerca di supporto e risorse e può rallentare di mesi o anni la risoluzione del lutto. Molte donne isolano il loro lutto a livello subconscio o inconscio, prendendone le distanze e negando l’effettiva portata della loro sofferenza, allo scopo di auto-curare quel dolore che non sembra condivisibile.
Molti studi sui traumi e sulle situazioni di perdita ci dicono che tra i requisiti necessari per superare l’evento in modo appropriato ci sono la disponibilità e l’accessibilità a risorse familiari, sociali, istituzionali: nel lutto dell’aborto questi requisiti spesso mancano, perché le risorse disponibili sono scarse, e spesso poco accessibili.
Di norma le donne non riescono a esprimere liberamente la loro sofferenza ed i loro pensieri relativi alla perdita e quando provano a farlo trovano interlocutori non sempre adeguati: si chiede alle donne di non pensarci, dicendo che verranno altri figli in momenti più opportuni, che lo fanno tutti e non è la fine del mondo. In molti casi le altre persone non riescono a vedere un lutto in un evento programmato volontariamente, e assumono un atteggiamento critico: “potevi pensarci prima”, “ormai è andata”, “pensa alle donne che lo perdono spontaneamente” e via discorrendo.
Approcci di questo genere spesso costituiscono le uniche alternative al silenzio e hanno il solo risultato di alimentare l’isolamento, il senso di indegnità e di giudizio, ed anche il senso di smarrimento profondo e di fragilità personale tipici della fase iniziale di ogni lutto.
Il lutto post-abortivo è in realtà un lutto plurimo, perché le “perdite” da affrontare sono molteplici, e strettamente concatenate le une alle altre. La donna sperimenta sofferenze diverse su piani diversi, che riguardano l’interruzione della relazione con il bambino, una frattura tra il prima dell’aborto ed il dopo rispetto al suo modo di sentire e percepire la realtà, ma anche di giudicarsi e di valutare le sue relazioni. Insieme all’aborto avviene una “rivoluzione”, fatta di perdite e di ricostruzioni, di fratture e di riparazioni, che si conclude con il riarrangiamento della propria identità in un’identità nuova, e con l’integrazione dell’aborto nel proprio percorso di vita.
Una donna che interrompe la gravidanza soffre sia per la perdita del bambino che per la perdita di una parte della propria immagine come persona (nei diversi ruoli di figlia, donna, compagna, cittadina, appartenente ad una comunità religiosa etc). La “perdita” di queste identità precedenti senza un corretto adeguamento è spesso responsabile di una cattiva elaborazione del lutto e espone le donne a rischio di lutto complicato, soprattutto sul versante depressivo e di condotte autolesive (uso/abuso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare) (Fergusson et al. 2006). Molti studi sostengono che le sequele psicologiche legate al lutto sono presenti anche a distanza di mesi e anni nelle donne che interrompono la gravidanza, e sono soprattutto correlate a vissuti quali dubbi rispetto all’appropriatezza della decisione o a giudizi negativi relativamente all’evento (Broen et al. 2005; Broen et al. 2004).
A livello sociale, familiare, culturale e religioso il tema dell’aborto si accompagna ad una fitta rete di opinioni, giudizi, pregiudizi, assolutismi; una decisione presa sull’onda della vergogna, della colpa o della paura, privata della necessaria consapevolezza e obiettività costituisce un fattore predisponente per il lutto complicato ( in questi casi prevalgono i vissuti depressivi e la cosiddetta “sindrome dell’if only”: se solo avessi aspettato, se solo mi fossi rivolta a quella comunità, se solo avessi saputo, se solo avessi avuto coraggio…). Molte donne, quando scoprono di dover affrontare questa scelta riportano un senso di panico e di allarme misto a vergogna e a timore di avere fallito totalmente come persone, e rischiano di decidere in modo “dissociato”, mettendo una sorta di pilota automatico, guidate più dalla paura che da una consapevole libertà. L’iter decisionale, unito al sistema di credenze e di valori della donna e del suo nucleo sociale costituiscono due imprescindibili premesse per una buona elaborazione del lutto. Il senso di perdita e di lutto sarà tanto più forte quanto più la scelta sarà stata pilotata dall’esterno, senza tenere seriamente in considerazione il parere della donna (casi di donne minorenni “se lo tieni vai fuori di casa” o “come pensi di essere responsabile per avere un figlio?”, di mogli o fidanzate ricattate psicologicamente dai compagni : “se tieni lui, me ne vado io”) (Williams 2001).

Cosa accade durante il lutto
Il “lutto” è lo spazio di tempo che segue un evento di perdita durante il quale le persone sperimentano caratteristici pensieri ed emozioni tra cui confusione, dolore, colpa, agitazione, rabbia; non necessariamente le emozioni ed i diversi passi del lutto avvengono nella stessa sequenza e non necessariamente hanno la stessa intensità e durata per tutti. Il percorso luttuoso ha “fisiologicamente” una durata variabile da persona a persona, e va da un minimo di sei mesi ad un massimo di due anni, alternando fasi di benessere a ricadute in periodi più dolorosi e difficili.
Nel caso dell’aborto, i periodi difficili sono quelli vicini a date significative e ricorrenze: la data dell’interruzione di gravidanza, della diagnosi di gravidanza o il momento dell’ecografia che ha rilevato una patologia nel bambino, la data presunta del parto. Anche una successiva gravidanza o la nascita nel proprio ambiente familiare e sociale di bambini della stessa età del bambino perduto possono essere importanti fattori trigger di ricadute luttuose o di lutto complicato.
L’alternanza delle diverse fasi, così come la durata complessiva del lutto dipendono dalle risorse personali, dalla presenza nella propria storia di altre esperienze luttuose, dalla presenza/assenza di risorse sociali nonché dalla presenza di risorse familiari e di coppia.
In caso di interruzione di gravidanza la durata del lutto e la sua risoluzione (naturale o patologica) possono essere decisamente influenzate dalle esperienze vissute durante la gravidanza prima della sua interruzione: innanzitutto la presenza o l’assenza di un partner stabile, l’aver ricevuto sostegno prima della decisione, in famiglia, nel gruppo sociale ma anche nei contesti assistenziali, l’empatia dei medici e dei sanitari durante l’intervento e altre variabili soggettive (Elder & Laurence 1991). Sia prima che dopo l’aborto, poter condividere i passi del lutto senza doversi occupare di nascondersi o di negare la propria esperienza di perdita e le conseguenze correlate ad essa rende il processo di lutto più semplice e diminuisce il rischio di “complicazioni” psicopatologiche (Major et al. 1990).
Essendo il lutto un processo che fa parte della vita umana e non una malattia, non dovrebbe essere curato, reciso, sminuito e censurato, ma vissuto con pazienza nella sua spontanea evoluzione. Affrontare il lutto in modo adeguato e presente permette di evitare importanti conseguenze sul piano psicopatologico nel corso del tempo. Per non lasciare conseguenze psicologiche e ferite profonde il lutto dovrebbe essere lasciato libero di fare il suo corso, trovare spazi di sostegno e di condivisione, essere un momento di svolta e di maturazione personale e non l’espiazione segreta e silenziosa di una colpa per cui non c’è perdono (Hess 2004).
Le donne che vivono il lutto senza elaborarlo sono a rischio di gravi ricadute depressive durante le gravidanze successive; questo di per se dovrebbe essere un motivo sufficientemente valido per offrire alle donne un supporto nei mesi successivi all’interruzione di gravidanza.
Purtroppo la società di oggi tende a banalizzare qualunque forma di lutto, nell’intento di esorcizzare la perdita ed il dolore; nel caso di un aborto, più spesso tema di confronto politico-religioso che motivo di riflessione sui vissuti individuali di chi affronta questo evento in prima persona, la possibilità di lutto viene ulteriormente ridotta e sconfessata, negata da pregiudizi e da interpretazioni superficiali sulla liceità o meno di provare dolore in questo tipo di perdita; al posto di un supporto empatico e non giudicante, che potrebbe semplificare non la portata della perdita ma la sua elaborazione, troviamo spesso soltanto silenzio, distacco e isolamento che, come è noto, complicano il lutto sempre e comunque (De Puy Candace & Dovitch Dana, 1997 ).
La risposta iniziale alla perdita è uno stato di shock emotivo totalizzante, che coinvolge completamente la persona. Prevale generalmente un senso di confusione, misto a distacco e a un’amara sensazione di vuoto. Questo è un modo molto naturale per difendersi. Tutta la routine quotidiana e gli istinti vitali si concentrano sulla perdita e sul dolore. Il sonno, l’appetito, l’attività, la sessualità, la vita interiore possono essere scossi, se non addirittura sconvolti: si può vivere un periodo più o meno lungo di abbattimento, costernazione, inibizione, astenia o iperattività paradossale e difensiva. In questa fase si è inondati da reazioni emotive forti e profonde: profondo senso di solitudine e tristezza, disperazione, nostalgia, paura, angoscia, rabbia, rancore, rimpianti e sensi di colpa sono gli assidui compagni dei primi mesi di lutto.
C’è il rischio di rimanere imprigionati nel passato e di allontanarsi dal presente.
Durante questo periodo travagliato, in cui si impara ad accettare la realtà della perdita, si sviluppa una nuova relazione con il bambino perduto. Il dolore per la perdita accompagna ancora la donna, ma con il tempo il rapporto con il proprio dolore cambia, aumenta la consapevolezza e la capacità di affrontare le esperienze dolorose. Il lutto è un processo dinamico: il dolore si attenua poco a poco e la vita riprende, colmando i vuoti e integrando il passato al presente. Nel caso di lutto complicato le ricadute sono molto frequenti e le fasi di recupero scarse e di breve durata; tutto il percorso è ostacolato dalla permanenza di sintomi depressivi o ansiosi, ed il benessere è scarso o assente. Possono comparire e permanere idee di suicidio, o vere e proprie pianificazioni di suicidio. Il lutto complicato è sempre una situazione allarmante, che va affrontata con l’aiuto di psicoterapeuti esperti di lutto e in nessun caso deve essere banalizzata.

Il peso del distacco
La reazione emotiva successiva alla perdita è un aspetto centrale del processo del lutto (Bowlby, 1983). Il lutto è l’insieme di pensieri, stati d’animo, vissuti ed esperienze che sperimentiamo quando sentiamo di avere perso una parte di noi stessi insieme alla persona che è scomparsa dalla nostra vita. Ogni relazione che si stabilisce tra due individui, indipendentemente dalla sua durata, può intrecciarsi tanto profondamente al vissuto della persona da creare un legame di attaccamento intenso e saldo.
Molti studi relativi alla vita prenatale suggeriscono che il padre e la madre stabiliscono sempre un legame con il bambino che aspettano, sia per questioni biologiche che per questioni emozionali, legame che peraltro è rinsaldato dall’ecografia e dai movimenti fetali.
Il naturale legame madre bambino/padre bambino, è sia psichico, sia fisico, intimo, corporeo (le modificazioni legate all’instaurarsi della gravidanza non sono soltanto appannaggio dell’utero, ma di tutto il sistema mente corpo materno); questo legame rappresenta il nucleo del lutto post abortivo; rinunciare alla gravidanza diviene rinunciare alla relazione, agli aspetti negativi e agli aspetti positivi in essa intrinsecamente presenti, è interrompere un legame che già alla sua nascita è profondo e viscerale, senza poterlo proiettare in un futuro condiviso.
Perdere un figlio, anche scegliendo di perderlo, può attivare sentimenti di solitudine e dolore, di fallimento come donna e come madre, e di colpa, sia nei confronti del figlio perduto che dei figli presenti o futuri (ad esempio “che razza di madre potrò mai essere, se sono stata così abominevole da uccidere mio figlio?”). Alcuni di questi pensieri ed emozioni sono parte integrante del processo di lutto, e nel corso del tempo dovrebbero lasciare il posto a pensieri maggiormente costruttivi e meno assoluti, che contemplino in modo obiettivo le circostanze dell’evento e la situazione, senza caricarla di pregiudizi o interpretazioni. Esistono profonde differenze culturali, sociali e di genere nell’esprimere il lutto e nell’affrontare l’elaborazione: ci sono differenze soggettive, da individuo a individuo, e differenze di genere, tra uomo e donna, legate a pregiudizi culturali; ci sono poi, nel caso specifico, difficoltà peculiari legate al timore del giudizio e alla condanna morale che spesso costringe le madri che interrompono la gravidanza a contenere e nascondere il proprio lutto, come se non fossero “degne” di poterlo provare o esprimere (Korenromp et al. 2005). Molte donne vanno ad abortire in segreto e mantengono segreto non solo l’evento, ma anche il lutto che ne deriva, per anni, addirittura per la vita intera: molte si liberano dal lutto solo dopo aver trovato la forza di condividerlo con altri, ed è sorprendente come la condivisione riesca velocemente a liberarle da un peso rimasto inalterato anche per anni (Reisser 1999).
Per elaborare il lutto è fondamentale accettare l’esperienza vissuta, accettare la sofferenza che ne consegue, e acquisire il giusto rispetto per se stessi. Non si tratta di razionalizzare l’evento, ma di stare con il dolore mentale, viverlo e tenerlo accanto senza esserne sopraffatti. Eliminare totalmente il dolore, cercando di non provare più alcuna emozione negativa o razionalizzando, contribuiscono a complicare il lutto.

I sentimenti del dopo
Pena, rabbia, colpa, rimpianto, perdita di interesse per la realtà circostante e stato di abbandono sono tra le emozioni più frequenti e destabilizzanti, per la loro intensità e pervasività. I sentimenti del lutto possono anche avere effetti fisici come un senso di tensione muscolare o di rigidità, di oppressione nel petto, profonda stanchezza, ansia, insonnia o sonnolenza eccessiva, diminuzione drastica o aumento smisurato dell’appetito.
La perdita può risvegliare vissuti di abbandono che risalgono a precedenti esperienze luttuose. E’ preferibile non negare queste emozioni, ma lasciare che i sentimenti affiorino e cercare di riconoscerli. Non esistono sentimenti rispettabili o deprecabili: tutte le emozioni devono essere vissute. Gli stati d’animo saranno altalenanti: ci saranno giorni meno bui e momenti in cui invece sembrerà impossibile smettere di soffrire. Nel tempo emozioni e pensieri luttuosi torneranno a riapparire, ma ogni volta in maniera più leggera e con una durata più breve. In questi casi avere cura di se stessi e cercare l’aiuto degli altri serve a proteggersi e a mantenersi in buona salute.
Gli effetti patogeni del lutto si riducono notevolmente se la donna riesce a vivere il proprio percorso evitando la solitudine e la chiusura in sé stessa. Cercare attivamente il sostegno e la condivisione, nel rispetto della propria libertà di scelta e della propria dignità come individuo serve ad elaborare il lutto senza aggiungere altri traumi o difficoltà. E’ possibile modulare l’entità del senso di colpa e di responsabilità, ridurre l’impatto della vergogna e dello stigma sociale attraverso una maggiore accettazione della propria decisione e dei propri tempi di recupero, ma anche delle emozioni e dei vissuti che hanno accompagnato il percorso della perdita. Poter comunicare il proprio dolore a persone di fiducia, che si astengano da formulare giudizi o critiche, avere cura della propria salute fisica, stare nel momento presente, cercando sostegno e non isolandosi, aiuta a comprendere i propri sentimenti luttuosi, i propri vissuti di perdita e permette di vivere costruttivamente il dolore, nel rispetto di sé e del proprio percorso di vita.

L’elenco delle voci bibliografiche è disponibile su richiesta presso l’autrice.