venerdì 6 maggio 2016



SM... Semplice Mente




Da quando ho iniziato la mia ricerca indipendente 
sull'applicazione degli Strumenti di Inversione, mi sono trovata spesso spiazzata. Spiazzata dalla velocità e semplicità con cui tante problematiche potrebbero essere comprese e forse, anche risolte. Sarebbe una follia pensare che questi semplici esercizi didattici e un modo di pensare logico, potrebbero aiutare a comprendere situazioni complesse come la Sclerosi Multipla, per esempio. Da sempre… mi sono permessa di sognare.
Il mio contatto con questo format di comunicazione”, (non uso la espressione malattia), è iniziato assieme alla amicizia con una delle insegnanti dell’IMA, Beatrice Carnaghi. Beatrice ha vissuto l’esperienza della sclerosi multipla alla età di 26 anni. Da quando le è stata diagnosticata, ha deciso di non averla. Il periodo che stava vivendo era molto critico e sarebbe quasi possibile determinare precisamente, la data e l’ora in cui quella forma di comunicazione si è presentata a lei. I conflitti e le situazioni che non accettava in quel preciso momento della sua vita, hanno creato dentro di lei una sorta di ribellione silenziosa. Silenziosa ma efficace.


Da quanto ho potuto osservare, nei risultati del mio lavoro, le cellule registrano tutto. È questo che ci spiega giustamente l’epigenetica: questi registri, una volta sul cervello (che è una specie di server) prenderebbero forma o andrebbero a pigiare dei tasti specifici. Dipendendo dal livello emotivo o dell’interpretazione che ogni individuo ha della realtà e di sé, il risultato di questi eventi possono essere diversi. È come se, ad ogni cosa che ci succede il nostro cervello usasse delle lenti per interpretare l’evento. 

Dipendendo della nostra struttura emozionale, cognitiva e dalla capacità di comprensione, riusciremo ad elaborare molte situazioni senza difficoltà, anche se complicate o traumatiche. Comunque sia, l’evento rimane registrato sulla cellula manifestandosi o meno nel arco della vita. Come ho detto, tutto dipende dalle lenti che usiamo. Cosa definisce il nostro tipo di lente? La nostra storia ed il nostro ambiente. Quello che abbiamo vissuto ed il modo con cui ci hanno insegnato a vedere il mondo determina le lente.

La forma con la quale il cervello registra un abbandono, un abuso o
una perdita, per esempio, può essere diversa fra gli individui, perché ognuno ha un set di lenti diversi degli altri. Credo che la biologia potrebbe spiegare ancora meglio tutto questo.
Negli ultimi tempi molti studi sono stati fatti: il Prof. Moshe Szyf, biologo molecolare e genetista, e Michael Meaney, neurobiologo, entrambi della McGill University di Montreal hanno lavorato ad un’ipotesi tanto improbabile da un punto di vista scientifico, quanto profonda: se la dieta e i composti chimici possono causare cambiamenti epigenetici, anche lo stress o certe esperienze negative nella vita potrebbero determinare cambiamenti epigenetici al DNA dei neuroni? Da qui le basi di un nuovo campo di ricerca: l’Epigenetica comportamentale. I due ricercatori hanno dimostrato la correlazione tra paura, stress cronico e modifiche epigenetiche nel cervello.


Quando ho ideato gli Strumenti di Inversione Neurolinguistica non intendevo lavorare a livello epigenetico, volevo solo aiutare le persone a risolvere i loro problemi, soprattutto quelli “ripetitivi”. Ma sembra essere successo qualcos'altro. Ho avuto l’opportunità di confrontare personalmente la mia ricerca con il Professor Mosche Szyf.  Lui non ha escluso la possibilità che in qualche modo, l’approccio didattico potrebbe intervenire a livello cellulare. Ovviamente né io né lui sapevamo come, e sarebbe ancora tutto da comprovare. A questo serve la ricerca e l’evoluzione.
A distanza di tre anni dal primo incontro con il Prof. Moshe Szyf   ho potuto costatare che:
  •     gli Strumenti di Inversione Neurolinguistica lavorano a livello cognitivo (s’imparano);
  •     la didattica (intesa come forma di comunicazione mirata) può insegnare all'individuo a rivedere consciamente la sua storia e le situazioni che hanno determinato i suoi problemi;
  •      Il linguaggio usato da una persona è determinante per individuare le lenti;
  •     Gli strumenti didattici porterebbero la persona ad invertire il suo linguaggio ed il modo di vedere che determina quadri ripetitivi. Se è nella sua volontà.


           Ovviamente siamo solo alla punta dell’iceberg ma credo che la didattica, come forma di comunicazione, apra la mente dell’individuo, per poi, in un secondo momento, lasciare a lui stesso la correzione e la gestione del suo problema;

       Si può insegnare la guarigione? Penso di si, ma bisogna prima portare l’individuo a sviluppare autonomamente la comunicazione su tre livelli: interno, esterno e subliminale.



Ritorniamo alla Sclerosi Multipla. Come ho detto prima, non vedo differenze fra le forme di comunicazione del corpo (malattie). La SM, potrebbe rappresentare una forma di contrasto, ribellione o conflitto tenuto dentro l’individuo in modo silenzioso. Le persone con cui ho potuto parlare ed osservare questo argomento, hanno descritto momenti o periodi in cui qualcosa non andava bene o era difficile da accettare. Non sto affermando che ogni volta che non riusciamo a digerire una situazione svilupperemo la SM, ma è probabile che questo evento si accenda se e poiché si trova nella storia genetica dell’individuo. La cosa interessante, che mi fa anche sorridere, è che ogni persona, essendo il risultato dell’incrocio di altre migliaia o milioni di persone, possiede ovviamente tutti i geni di tutte le malattie. Non si può sapere quale di questi si accenderà e quale resterà spento, per ora.  Quel che determina un’accensione piuttosto che un’altra è ancora da scoprire.

Un altro aspetto che ha colpito la mia attenzione è che non tutte le persone affette da SM sono aperte alla possibilità di invertire o conoscere a fondo loro problema. Forse il format mentale o l’ambiente porta l’individuo a fondersi, identificarsi e coltivare la sua situazione di disagio?  Questa situazione sarebbe forse comoda per gestirne delle altre? Non lo so, per ora mi pongo soltanto delle domande. Mi piacerebbe molto poter approfondire ancora di più questo aspetto.


  • E se fosse possibile insegnare la guarigione?
  • E se fosse possibile invertire la forma pensiero di una persona per invertire anche i suoi registri traumatici?
  • E se fosse possibile lavorare sui genitori per evitare l’eredità delle malattie ai loro figli?
  • E se fosse possibile unire la biologia alla pedagogia, la psicologia alla medicina, la matematica alla comunicazione e alla fisica? Senza separare la visione che abbiamo del corpo e della vita umana?
  • E se fosse l’educazione la forma di comunicazione più potente? Che fosse l’educazione a portare l’individuo, ancora piccolo, a saper gestire il suo sistema di comprensione e il suo sistema biologico?



Ovviamente, da insegnante, percepisco questa possibilità e mi permetto anche di affermare che la didattica, in quanto sistema di comunicazione, può essere più incisiva e ampia di quanto si conosce tuttora.

Scienziato o meno, desidero fare tutto quello che è alla mia portata per contribuire ad un mondo migliore e più semplice. L’inversione neurolinguistica non è la salvezza di ogni male. La vedo come un pixel che completa lo schermo dove si vede un film chiamato evoluzione.

Luciane Arboitte dos Santos

Se desideri collaborare con la mia ricerca, scrivimi: luciane@ima.academy.

www.lucianedossantos.com
www.inl.academy

martedì 19 aprile 2016

Vuoi comprare uno squalo? Se lo prendi te ne regalo altri due! Human business … in mare aperto.


Da piccoli scopriamo che avere paura degli squali è prudente e che le balene sono immense e buone. Poi va bè… ci sono le balene assassine e minacciose come quella che ha inghiottito il papà di Pinocchio. Comunque sia, quando le persone vedono una balena provano un tipo di emozione e quando vedono uno squalo, un altro.

Per come vedo il mondo del business e dei venditori di business è uguale.

Vedo come squali quegli imprenditori semi-umani che al posto degli occhi hanno due portamonete e che, con tanto di lode allo zio Sam, hanno seguito alla lettera il suo modello straniero amburghiano di comportamento professionale.

Pensare al mondo del business e degli affari di questi tempi è come guardare un film degli anni cinquanta modificato dal computer. Questi squali del mondo del business non sono solo un po’ fuori dalla realtà, ma hanno anche un grosso problema di comunicazione. Anche se è la prima cosa che studiano per fare quel tipo di “danno” alle persone, usano un sistema vecchio che ha effetti soltanto sulle persone che non hanno capacità di osservare la realtà o che sono in preda ad un gran dolore e una grande paura.
È possibile che ancora dobbiamo assistere a centinaia di filmatini postati nei social media dove qualcuno ti vende la sua ricetta di come avere i suoi milioni? E il bello è che molti di noi pagheranno per averla, solo che in questo modo lui continuerà ad essere ricco e noi continueremo a pagarlo per avere la ricetta e così via…

La verità è che in gioco c’è l’offerta e non il prodotto.

Basta guardarne uno di questi filmati, tanto gli altri sono tutti uguali. Fa impressione assistere a quarantacinque minuti di filmato per sapere che quello che ti vogliono dire (e che ti diranno negli ultimi cinque minuti) è in un altro filmato, che potrai vedere solo pagando ovviamente. Ma non conoscono un altro modo di fare questo lavoro?
La cosa più divertente è che sembra funzionare! Questo vuole dire due semplici cose: o la gente ancora dorme, oppure è pigra e sta aspettando che qualcuno pubblichi su un libro la ricetta pronta. E gli squali, da bravi nuotatori, fanno quello che devono fare.

Sarebbe possibile che questi cervelli alfa, che dimostrano al pubblico i loro numeri e la loro formula vincente, alla fine si stiano guardando solo fra di loro? Certi venditori di successo sembrano squali che nuotano in una piscina piena di altri squali ma se entrano in mare aperto possono trovarsi davanti una bella orca assassina che li fa fuori in due morsi. Se fossero in mare aperto però sarebbero liberi e anche felici. Riuscirebbero ad essere più attenti alle regole della natura e con la loro dentatura magnifica non gli mancherebbe mai il cibo.

Conoscere i veri bisogni delle persone e aprirsi verso un nuovo linguaggio sarebbe una mossa da campioni. Per tanti, ahimè, credo sia ancora comodo restare in piscina aspettando le vittime che entrano per fare un bagno e dove lì lasciano soldi e gambe. Le nuove generazioni non seguiranno certe orme; è bene svegliarsi per tempo.

Cosa serve cambiare? Mentalità? Linguaggio? Strategia?

Servirebbe cambiare pianeta o sostituire certe teste? Tutto! Nel frattempo, usiamo la conoscenza che abbiamo per evolvere. Questo vuol dire che dentro di ognuno di noi, squali compresi, nulla resterà come prima. L’alternativa all'evoluzione è l’estinzione.

Chi non si adeguerà ad un nuovo stile di mercato, di lavoro, di business e principalmente di comunicazione, resterà dov'è… ovvero, nuotando in piscina. Se la schiavitù fa parte del passato vuol dire che anche un certo tipo di marketing e di business, oltre che il rapporto di lavoro e denaro, hanno i giorni contati. I bambini crescono e non seguiranno le orme dei loro genitori se questi non sono in linea con la loro intelligenza, anzi… o getteranno via tutto il loro patrimonio oppure lo distruggeranno. Basta osservare la storia.


Quello che chiamano crisi non è che evoluzione, ma l’evoluzione prevede la liberazione degli squali in mare aperto. Potranno sopravvivere, ovvio, ma solo se non si troveranno davanti ad un’orca, che è sempre stata libera, ed alla quale molto probabilmente faranno da spuntino. Le possibilità di sopravvivenza per gli squali sono grandi, ma a patto di doversi adeguare e magari nuotare vicino alle orche, giacché competere con loro non sarebbe del tutto intelligente.

Mare e pescicidio a parte, quello che vorrei vedere è più chiarezza, più verità e onestà da parte di chiunque decida di condurre qualcun’altro al suo successo. La mente umana poteva essere programmata con un determinato sistema è vero, ma è altrettanto vero che col tempo questa si sta aggiornando; in futuro non servirà dunque alcun tipo di programmazione per far ottenere all'umano quello che desidera, perché lo potrà fare da solo.
Forse servirà solo spiegargli chi è veramente nella sua essenza, al fine di poterlo mettere nella condizione di essere d’esempio per gli altri.


Luciane Arboitte dos Santos
www.inl.academy
www.lucianedossantos.com


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mercoledì 6 aprile 2016

SOFFERENZA VIOLENTA





È possibile che tutte le dipendenze abbiano lo stesso principio: l’emozione di spinta e l’emozione finale. Esiste comunque il punto di mezzo.  Ci sono situazioni che si ripetono e per questo le vedo come dipendenza, la violenza domestica, per esempio, è una di queste situazioni ripetitive. C’è chi è dipendente  da situazioni conflittuali o violente.



Combattere la violenza contro le donne è come combattere per la pace nel mondo”. Una contraddizione in termini. 



Il combattimento deve utilizzare come spinta una reazione uguale a quella che lo ha provocato. Non è soltanto il gesto violento contro le donne che deve finire, è il gesto stesso già lì dove nasce, nell'uomo. La prima vittima della violenza stessa.



Per risolvere un problema dobbiamo uscire dalla visione e dal linguaggio del problema.



Per esempio; se osservo un’equazione (o situazione) personale attraverso la matematica degli eventi è possibile individuare il perché una donna attira nella sua vita l’uomo che la maltratta. 

 Mi riferisco a campi di attrazione e gravità emozionale, oltre che alla logica dei geni.

È molto comune sentire dire dalle donne che, se ci sono due pretendenti, uno buono e dolce e l’altro complicato ed inaffidabile, sceglieranno il secondo.

Perché?


Perché quello è perfetto per la sua equazione che non prevede l’amore per sé stessa.





a) L’uomo violento o inaffidabile è la replica di qualcosa o qualcuno   che ha registrato dentro di sé. 



b) La donna vittima invece, ha lo stesso registro al femminile. 




Il registro sarebbe il ricordo segnato sulla cellula, come spiega l'epigenetica ( la grande novità della biologia del XXI secolo, che afferma la regolazione dell'espressione genetica in dipendenza della situazione ambientale e trasmissibile per via ereditaria). Non necessariamente, dunque, generato da un evento vissuto in prima persona, ma ricevuto dalla madre e dal padre a livello cellulare. La sofferenza si tramanda. 



Sarebbe anche possibile “prevenire” le conseguenze attraverso una visione logica, agendo per tempo o soltanto conoscendo le dinamiche famigliari registrate. 



L’importante è non fare finta che il problema non esista.



Noi umani, uomini e donne, siamo tutti portatori sani di violenza. Quest’eredità non è solo personale ma anche collettiva. Gli uomini non sono violenti perché lo vogliono essere, ma in realtà amano a prescindere da quello che fanno. Esistono geni che si accendono da ricordi non risolti, non compresi e che possono essere collettivi e molto antichi. Serve scoprire il momento o l’origine del registro per spegnere il meccanismo. Tante volte è possibile invertire questa situazione, altre non più. Dipende da quanto il sistema della persona è stato compromesso dalla sofferenza e da quanto tempo crede questa sia il suo modo di essere.



Faccio un esempio:

Un uomo ama sua moglie e i suoi figli. Per un motivo qualsiasi perde la pazienza o prova una gelosia assurda. A quel punto esce dal suo momento presente e cade dentro alla propria linea temporale, diventando qualcun altro. Può darsi che si veda al posto del padre o di qualcuno che faceva la stessa cosa, oppure, può essere che un gene epigenetico (ricordo registrato nella cellula) si accenda. Tutti abbiamo i geni primitivi dentro di noi. Non tutti riescono a controllarli o a riconoscerli. Quest’uomo usa la violenza come linguaggio, generando e attualizzando la scena del ricordo traumatico, riavviando così il programma sui figli e sulla moglie. Passato l’effetto cosa rimane? 

Colpa, tristezza, vergogna … può darsi che questi effetti siano talmente devastanti che non vorrà vederli e quindi assume quell'atteggiamento come suo, come parte della sua personalità. Se non lo vorrà vedere, o correggere, rimane registrato più in profondità e facilmente verrà tramandato ad un discendente più evoluto - i discendenti sono sempre più evoluti degli antenati.



Cosa fare?

La prima cosa in assoluto è riunire tutte le informazioni disponibili sulla storia personale di ogni individuo coinvolto. Se si segue la linea degli eventi possiamo verificare che non sono nuovi. Nessuna coppia si trova insieme per caso.

Le persone adulte non sono solo adulte, ma hanno registri indelebili che sono sempre attivi e non seppelliti nel passato, come si può pensare. Ad ogni situazione questi registri si accendono o si palesano soltanto al tramandarsi del problema. È importante agire in modo diretto, rispettando il dolore delle due parti.   Combattere, criticare, giudicare senza aiutare le persone coinvolte è inutile, affligge la persona violenta ma non svolge un’azione preventiva per quanto riguarda i discendenti.

Le donne corrono e chiedono aiuto, si muovono … l’uomo soffre in silenzio. Il silenzio cristallizza e porta ad una visione appannata di sé e della vita stessa. Quello che voglio dire è che esiste dolore e disfunzioni da tutte e due le parti.




I programmi ereditati di una coppia sono identificabili dal loro atteggiamento e storia famigliare. 

Sarebbe ideale che ogni coppia, ancora prima di sposarsi conoscesse questi programmi per prevenire e correggere in tempo possibili conflitti. Aiutare giovani coppie e genitori a interrompere certi processi porterebbe a quello che tutti noi pensiamo sia un mondo migliore.



Secondo una visione inversa, o logica, combattere non è l’approccio giusto per il futuro. È un atteggiamento vecchio e incoerente. Se combattiamo qualcosa significa che esiste la possibilità di vincere, ma anche di perdere la battaglia. Il combattimento richiede forza per attaccare e resistere. L’intelligenza non combatte ma studia il conflitto. Ogni situazione ha una sua sequenza logica. Il combattimento è la mancanza di visione del quadro completo degli eventi. Penso che il ragionamento corretto sarebbe “comprendere e correggere”. La correzione implica strategia, intelligenza e la possibilità di continuare fino alla fine senza mai perdere la battaglia. 



Scrivere sui cartelloni che dobbiamo combattere la violenza sulle donne, facendo vedere anche l’immagine della violenza, registra ancora di più il suo contrario, dal mio punto di vista è un marketing dell’orrore.  




L’invito è di guardare al di là del ponte, di seguire la strada verso una correzione a livello generazionale e di aiutare anche la parte che in tutto questo rimane persa, non amata e giudicata: l’uomo. Il dolore maschile provoca continuamente le sue vittime. L’educazione e l’intelligenza sarebbero di grande aiuto. Ricordiamoci, nel mondo perfetto non esistono i cattivi, ma soltanto quelli che vedono e quelli che ancora non vedono.


È possibile spiegare ai bambini lo stesso processo rendendoli partecipi dell’osservazione al di là dell’emozione. Se la madre sarà vista come vittima del padre il conflitto sarà dentro il figlio. I figli derivano dalla stessa sostanza di padre e madre. 


La materia di cui un essere umano è fatto non può combattere con sé stessa.


 La situazione violenta, quindi, si trasferirà in altri parametri della vita maschile o femminile dei figli. La compassione per la madre e la rabbia verso il padre annichilisce una componente importante del figlio. La vita porterà questa distorsione ad una correzione che potrà avvenire con la ripetizione o con la comprensione del problema.  


L’importante ruolo della donna in quanto madre è di interrompere il quadro ripetitivo sia per le figlie che per i figli. La madre è fonte di tutto ciò più di quanto si possa pensare. 

Un uomo violento è stato bambino ed è stato allevato da una madre che, in molti casi, attraverso il suo amore soffocante, ha generato nel figlio una rabbia silenziosa che scoppierà un giorno verso un’altra donna. 

Ci sono molte sfumature da conoscere, ogni caso presenta una sua matrice.  Sta arrivando il momento in cui possiamo veramente studiare il nostro funzionamento staccati da credenze e giudizi per comprendere quanto sia meravigliosa la vita e la natura umana. Non esistono errori o problemi, esistono soltanto cose che ancora non comprendiamo. L’amore può trasformare il mondo, ma l’amore è intelligente.



Non esistono colpevoli o vittime. Esistono persone coinvolte dal dolore.


Luciane Arboitte dos Santos
www.lucianedossantos.com


lunedì 28 marzo 2016

Il nuovo proprietario dell’agricoltura del Bel Paese. A insaputa degli italiani, si intende.



Questo signore di cui vedete l’immagine in bacheca ha un nome che non dice niente alla stragrande maggioranza dei lettori. Si chiama Ren Jianxin. Entro pochi mesi finirà per diventare il padrone dell’intera agricoltura italiana, che ci piaccia o meno. E’ una delle persone più potenti al mondo. La disposizione liquida monetaria di cui dispone si aggira intorno ai 500 miliardi di euro, pari al pil di Grecia, Portogallo, Slovenia, Croazia e Macedonia tutte insieme; nazioni, queste, la cui agricoltura è già nelle sue mani da questa mattina. Ma lui punta decisamente all’Italia (in Spagna gli è andata male e si è ritirato, è per questo che ha dirottato su di noi). E’ una persona garbata, molto gentile, simpatica, solare, dicono molto intelligente. E’ il volto autentico (in carne e ossa) di quello che in Italia i social networks amano definire con una locuzione ridicola e infantile: i poteri forti.
poteri forti, oggi, hanno quest’immagine.
E’ il Presidente della più importante azienda chimico-farmaceutica del pianeta, la ChemChi, che sta per China National Chemical Corporation la cui sede centrale si trova nel centro finanziario di Pechino. E’ anche l’amministratore delegato e il supervisore del direttore finanziario. E’ membro permanente del comitato centrale del Partito Comunista Cinese, dato che lo stato possiede il 96% delle azioni di questo colosso. Questa mattina ha firmato un contratto di acquisizione considerato il più alto mai registrato in Cina in tutta la sua storia: 43 miliardi di dollari pagati in contanti sull’unghia. Ha comprato la Syngenta, la più importante azienda europea produttrice di sementi e pesticidi. La società è svizzera e ha la sede legale a Ginevra. L’acquisto era iniziato in sordina, Chinese style, circa un anno e mezzo fa, attraverso la mediazione di due piccole società finanziarie legate alla Pirelli di Milano, avvalendosi della normativa che rientra all’interno degli accordi bilaterali italo-svizzeri, concessi dalla Ue a Italia, Francia, Austria e Germania, suoi paesi confinanti. Il fatto è che, nel frattempo, il signor Ren Jianxin, era arrivato otto mesi fa a Milano e si era comprato il 100% delle azioni della Pirelli che, dal 1 Gennaio 2016 è diventata parte del gruppo della ChinaChem. La finanza americana ha accusato il colpo, capendo che per la Monsanto la festa è finita perché non è in grado di competere e contrastare lo strapotere del signor Ren, il quale -nel frattempo- si è praticamente comprato Poste Italiane e altre 345 aziende italiane. Così almeno gli americani danno l’annuncio, spiegando le ragioni per le quali il colosso statunitense abbandonerà in questo 2016 il territorio italiano. Tradotto vuol dire che dal 2017 gli agricoltori italiani -senza che venga detto loro niente, senza che vengano fornite informazioni geo-politiche globali, e quindi a loro insaputa- saranno costretti a produrre ciò che il governo cinese stabilisce corrisponda ai loro interessi. Detto in sintesi, nella maniera più elementare possibile, significa che i pomodori e le zucchine italiane se le mangeranno i cinesi e per la stragrande maggioranza delle aziende agricole italiane ci sarà una riconversione (peraltro già annunciata) e dovranno produrre -pena il fallimento- soia, girasoli e derivati perchè questa è la politica agricola europea della Cina che si piazza nel cuore dell’Europa. Questa sera le televisioni anunceranno il crollo delle borse europee (soprattutto quelle italiane) sostenendo che è in corso un attacco speculativo contro di noi. Non è vero niente.
E’ questo contratto che sta facendo andare a picco il mercato europeo.
Quantomeno questo è ciò che sostengono diversi analisti finanziari europei, e io sono d’accordo con loro.
Erano già diverse settimane che sul Wall Street Journal, Financial Times, canale televisivo di Bloomberg, gli analisti anglo-americani raccontavano la pessima scelta strategica dell’Italia che -per salvarsi- sta vendendo tutta se stessa al Qatar, agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita, ma soprattutto alla Cina.
Ma in questo paese la stampa non informa la popolazione su ciò che accade, avendo scelto di trasformare tutto in gossip irrilevante (vedi scontro Ue-Renzi su futili motivazioni retoriche).
Lo scontro -e questo sì davvero micidiale, una vera guerra all’ultimo sangue- si sta svolgendo, invece, nell’indifferenza generale, ad Amsterdam. Da tre giorni. In Italia nessuno ne ha parlato. Con un’unica eccezione che -quantomeno al sottoscritto- conferma il fatto, ancora una volta, che Adriana Cerretelli è senza alcun dubbio, attualmente, il miglior professionista mediatico che il nostro paese abbia prodotto negli ultimi dieci anni. Suo l’articolo apparso ieri su Ilsole24ore (immediatamente nascosto e non a caso non diffuso e non condiviso) nel quale ci raccontava che cosa sta accadendo e su che cosa si stanno letteralmente scannando in Olanda, purtroppo con pessime notizie per l’Italia perchè la Cina si è presentata con una enorme massa di liquidità a disposizione del decotto sistema bancario corrotto nazionale e -il buon senso ci consente di comprenderlo- quando si sta alla canna del gas, si accetta ogni aiutino, chiunque sia a darlo. Qui di seguito vi ho postato l’articolo della Cerretelli (l’italiana in assoluto più stimata in Europa dai colleghi eruopei degli altri paesi nel campo dell’informazione mainstream, in Italia pressoché sconosciuta) perché penso possa essere utile per comprendere uno degli attuali scenari reali (molto reali) sul palcoscenico economico-politico della vita vera. Anche se si tratta di un articolo tecnico, è comprensibile a chiunque. Bisogna leggere tra le righe dell’articolo. L’Italia, purtroppo, finirà per perdere questa decisiva battaglia di Amsterdam.
Quella autentica che decide il destino delle nazioni, altro che annunci!
Altro che unioni civili o quote latte. Se non ci svegliamo e non capiamo che cosa sta accadendo, di questo meraviglioso nostro Bel Paese non ne rimarrà più nulla.
Quantomeno, per noi italiani che lo abbiamo costruito, inventato e abbellito nelle ultime centinaia di anni.
(http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-02-02/la-lunga-marcia-che-cina-non-ha-fatto-080327.shtml?uuid=AChdNtLC)


La lunga marcia che la Cina non ha fatto

«Una relazione sana ed equilibrata» è il mantra ricorrente a Bruxelles quando si tenta di capire quale sarà il prossimo passo nel futuro dei rapporti tra Europa a Cina. Frase che dice tutto e niente, abbastanza generica da cavare di impaccio chiunque non si voglia sbilanciare più di tanto per non soffiare sulle divisioni intra-europee né turbare il dialogo con Pechino, già in sé alquanto sussultorio, gravido di tanti rischi come di potenzialità reciproche. Di carne al fuoco al momento ce ne è molta, fin troppa: i negoziati per un accordo Ue-Cina sugli investimenti che rimpiazzi le attuali 27 intese bilaterali, un accordo di libero scambio, sul modello di quelli stipulati con Corea del Sud, Canada e Giappone, cui Pechino punta con determinazione incontrando per ora un muro di gomma europeo. E, naturalmente, a distanza più ravvicinata, la decisione da prendere entro dicembre sulla concessione o meno dello status di economia di mercato al colosso asiatico. Status per il quale la Cina non ha certo le credenziali in regola. Di quest’ultima questione discuteranno oggi ad Amsterdam, in una riunione informale, i 28 ministri Ue del Commercio. Non sono attese decisioni immediate. La Commissione presenterà infatti la sua proposta formale solo in estate alla luce dell’esito dello studio circa l’impatto globale che un eventuale disarmo unilaterale europeo sugli strumenti di difesa commerciale, dazi anti-dumping per intendersi, avrebbe sulla competitività della sua industria e sulla tenuta dei già disastrati livelli di occupazione europei. Il free trade non sempre coincide con il fair trade. Noi siamo favorevoli al libero commercio purchè le regole siano chiare e le rispettino tutti», sottolinea uno dei negoziatori Ue. Invece la Cina si concentra sui diritti ma dimentica gli obblighi che pure le derivano dal Trattato di adesione al Wto nel 2001. In quindici anni l’interdipendenza è cresciuta a dismisura in fatto di mutuo commercio e investimenti: l’interscambio viaggia su un miliardo di euro al giorno, l’Europa è il primo partner della Cina, viceversa la Cina è il secondo dopo gli Stati Uniti. Tre milioni di posti di lavoro nell’Unione vivono di export verso il mercato cinese ma sono il doppio quelli che in Cina dipendono dal flusso di vendite nell’Ue, che non a caso accusa un disavanzo commerciale bilaterale.  Per entrambi, dunque, la posta in gioco è enorme: ambedue avrebbero molto da perdere da tensioni incontrollate o, peggio, rotture. Resta che un dialogo costruttivo non può che passare da un rapporto tra eguali. Che oggi non c’è. Quando Pechino pretende di avere tutti i numeri per essere considerata una “normale” economia di mercato, dimentica che la sua mirabolante ascesa sulla scena globale è avvenuta a colpi di trucchi. Che persistono, nonostante le costanti pressioni Ue negli anni perché vi rinunciasse sul serio. Interventismo massiccio dello Stato nell’economia come nel commercio, sovvenzioni pubbliche generosissime e regolarmente non notificate al Wto, molteplici barriere tecniche agli scambi, scarsa trasparenza, misure discriminatorie nei confronti degli stranieri che operano nel paese, restrizioni all’export di materie prime, scarsissima tutela della proprietà intellettuale sullo sfondo di un mastodontico accumulo di sovracapacità produttiva, un’autentica minaccia letale per l’industria europea. Un dato per tutti: nella sola siderurgia il surplus si eleva a 400 milioni di tonnellate, cioè a più del doppio dei 170 milioni di tonnellate che l’Europa produce ogni anno. È evidente che questa è la fotografia di un’economia di Stato a pianificazione centralizzata, non di un’economia di mercato. Rinunciare con questo quadro all’attuale sistema di dazi anti-dumping, che in media impone sui prodotti cinesi venduti sottocosto un ricarico del 30%, equivarrebbe a dare il colpo di grazia ai concorrenti europei già in forte difficoltà. Persino Cecilia Malstrom, il commissario svedese al Commercio noto per le sue convinzioni liberiste, sembra ora più cauta quando mette in cima alle sfide che la Cina deve affrontare «l’accelerazione delle riforme interne, il cui vero test sarà la correzione della sovracapacità produttiva nonché l’apertura del mercato interno». Sarebbe ottimo se ciò bastasse a dare per scontata la vittoria finale del fronte europeo guidato dall’Italia che da sempre si batte per frenare nuove aperture alla Cina, premature come peraltro ritengono gli Stati Uniti. Ma è troppo presto perché, nonostante le pressioni dell’europarlamento e l’allarme di parte dell’industria tedesca, il pendolo di Angela Merkel sembra oscillare anche in questo caso, e non solo con i rifugiati, verso la politica della porta aperta. Non è escluso che alla fine il braccio di ferro si possa concludere con un verdetto salomonico: riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, come da accordi Wto, senza il contestuale disarmo commerciale europeo per un congruo periodo transitorio. La solita, vecchia linea del male minore.