venerdì 1 luglio 2016

Il digiuno è la più potente tecnica di guarigione

Post di Riccardo Lautizi, tratto integralmente da Dionidream: 

La pratica del digiuno era conosciuta sin dai popoli primitivi, che la attuavano sia in senso fisiologico, per guarire dalle malattie, sia in senso religioso, per purificarsi ed entrare in contatto con il divino. Si può ragionevolmente affermare che il corpo umano sia progettato apposta per far fronte a periodi anche notevolmente lunghi di astensione dal cibo: non si potrebbe, infatti, spiegare la sopravvivenza dell’uomo primitivo in un contesto ambientale in cui la disponibilità del cibo era assolutamente casuale e saltuaria.
Il digiuno è una pausa, un riposo, dall’attività nutritiva, ed è forse la più importante tecnica di guarigione che l’essere umano è progettato per usare. I principali effetti del digiuno sono:
  • riposo dell’intero tubo digerente
  • aumento di almeno il 200% dell’energia del sistema immunitario per ripulire il corpo dalle cellule malate, dai virus ed infezioni presenti
  • eliminazione dei residui metabolici e tossine accumulate
  • purificazione dell’intero essere

Persa nel tempo la valenza fisiologica e spirituale del digiuno, la società contemporanea ha instillato in noi l’idea che digiunare sia qualcosa di terribile, di punitivo, di improponibile e ogni giorno ci bombarda con messaggi che hanno fatto diventare quell’atto semplice e spontaneo della nostra esistenza, l’alimentarsi, un qualcosa di artificioso, complicato e spesso dannoso. Eppure sono numerose le testimonianze di persone che hanno digiunato anche per 40 giorni per guarire da malattie o per motivi spirituali.


L’astinenza dal cibo, anche se terapeutica, è poco popolare nell’era dei consumi e del boom farmaceutico: se oggi digiuni non dai denaro alle industrie alimentari e non li darai domani a quelle del farmaco; volente o nolente queste corporation fatturano più di intere nazioni ed hanno un potere politico incontestabile. E mentre per millenni il cibo ha garantito all’essere umano vita, sviluppo, forza, oggi il nostro modo di alimentarci spesso porta con sé intossicazione e malattia. Obesità, malattiecardiovascolari, diabete, cancro, malattie neurodegenerative: è sotto gli occhi di tutti l’aumento esponenziale di queste e altre infermità nel “mondo evoluto” in cui viviamo. La sovrabbondanza è all’origine dei nostri mali peggiori, quelli che le società ricche definiscono elegantemente “le malattie della civiltà”, siamo arrivati al punto di considerare tali malattie pressoché ‘inevitabili e normali’. Per contrastare tutto questo si pensa, sotto l’ala protettrice delle grandi e potenti case farmaceutiche, che questo o quel medicinale, possano farci ritrovare la salute così compromessa e fragile.


Non si considera attentamente il fatto che, nonostante i progressi della tecnologia, stiamo ancora usando droghe per curare, o meglio lenire, le sofferenze delle persone malate senza risolvere il problema alla radice, ma soltanto cercando di sopprimere i sintomi. Quando usiamo una medicina per ‘bloccare la diarrea’, ad esempio, non pensiamo che essa impedisce anche l’espulsione di materie indesiderate dell’apparato digestivo; allo stesso modo, quando assumiamo un antipiretico, dovremmo ricordare che stiamo interrompendo il processo curativo avviato dalla febbre, che altro non è se non un mezzo di eliminazione naturale per bruciare gli scarti, poiché con il rialzo della temperatura il corpo sconfigge più facilmente i microorganismi. La temperatura infatti sale di un mezzo grado al di sopra del limite di replicazione del virus stesso, bloccandola, e dando tempo così al sistema immunitario di essere pronto ad intervenire efficacemente. E ancora non ci sfiora minimamente il pensiero che ogni semplice scelta che facciamo ogni giorno, quello che mangiamo, come reagiamo allo stress, se fumiamo o meno, quanto esercizio facciamo, in che modo le nostre relazioni sociali ci sostengono, possa fare una grande differenza per la nostra salute e il nostro benessere, persino per la nostra sopravvivenza. Ma spesso le nostre scelte la fanno. 
Così anche la pratica del digiuno può rappresentare nell’attuale ‘società del benessere’ una scelta importante per riappropriarci del nostro corpo, per riscoprire quelle potenzialità di autoguarigione che le grandi lobby farmaceutiche hanno fatto in modo di rimuovere dalla nostra memoria antica, per ristabilire ritmi e connessioni con la natura, che lentamente, molto lentamente, stanno tornando a essere sentiti dall’individuo come vitali. La persone che digiuna si cura e allo stesso tempo prende in mano la propria salute, sceglie di non considerare il corpo come una macchina che solo il meccanico può riparare, ma fa affidamento sul potere di autoguarigione di cui l’organismo è dotato.

Cosa accade quando digiuniamo?

Nelle ore successive all’inizio del digiuno si sfruttano le riserve di lipidi contenuti negli adiposità (tessutograsso) e i carboidrati ricavati dalle riserve di glicogeno conservate nel fegato e nei muscoli. Prima che siano trascorse 24 ore, tuttavia, il glicogeno giunge ad esaurimento. Ciò comporta la necessità di un cambiamento funzionale dal momento che il glucosio è, come abbiamo visto, indispensabile a qualunque modalità di produzione energetica. Per produrre glucosio possono essere usate le molecole di glicerolo contenute nei trigliceridi. Questa possibilità tuttavia non è sufficiente a garantire il regolare svolgimento del ciclo dell’acido citrico e deve, quindi, essere integrata dall’impiego di aminoacidi. L’abbondare di acetil-coenzima A rispetto alla presenza di glucosio porta alla produzione di corpi chetonici, ossia molecole acide che si riversano nel sangue abbassandone il pH e sostituendo gli zuccheri come fonte energetica utilizzata dal sistema nervoso centrale. Tale cambiamento di ‘combustibile’ da parte del cervello, massimo consumatore di glucosio, riduce la necessità di produrre glucosio dagli aminoacidi con l’avanzare dei giorni di digiuno. Lo sviluppo dei corpi chetonici è alla base di ogni guarigione come ho spiegato nell’articolo La dieta chetogenica è l’alimentazione perfetta per trattare ogni tipo di malattia.

Il digiuno è più potente di qualsiasi altra pratica di disintossicazione

Difatti una volta immesse nel sangue, le molecole tossichetendono a essere inattivate principalmente nel fegato per poi essere espulse dai reni e dall’intestino, in piccola parte dalla pelle e in minima parte dei polmoni (quelle volatili). Normalmente, tuttavia, una percentuale variabile di molecole non può essere metabolizzata e viene immagazzinata dei tessuti connettivi, in particolare nel tessuto adiposo, in attesa di essere elaborata ed espulsa. Inutile dire che la persistenza di tali sostanze nel grasso corporeo comporta un notevole rischio per la salute. Durante il digiuno la mobilizzazione massiccia del grasso di deposito promuove la liberazione in circolo delle tossine. Tale mobilizzazione avviene in una fase in cui il fegato e gli organi emuntori non sono impegnati a detossificare il sangue dalle molecole che costantemente ingeriamo con l’alimentazione ed è quindi possibile smaltire il ‘lavoro arretrato’, vecchio, talune volte, anche di anni.
Una prova tangibile che questo meccanismo avviene realmente e non solo in teoria è rappresentato dall’esperienza raccontata in molte occasioni dagli ex-fumatori in digiunoterapia. Essi raccontano che dopo alcuni giorni dall’inizio del digiuno hanno sperimentato la sensazione di sentire sulla lingua il sapore delle sigarette abbandonate ormai da anni. Simili esperienze hanno riguardato pazienti che erano stati sottoposti a terapie farmacologiche pesanti e che sono tornati a percepire il gusto sgradevole delle medicine assunte anni prima. Ricordiamo, a tal riguardo, la presenza di nausea durante i primi giorni di digiuno; la nausea è data dal fatto che il corpo legge la presenza di tossine come una intossicazione, mentre il significato reale è che la presenza di queste nel sangue precede la loro eliminazione.
Uno studio diretto dal ricercatore americano Jeremy Reiter ha evidenziato ulteriormente come la pratica del digiuno nelle persone affette da diabete è sicura e non è gravata dal rischio di ipoglicemia nel primo giorno di digiuno legata certamente alla sospensione della terapia; tuttavia nei giorni successivi tale condizione si riassorbe completamente e la glicemia si stabilizza su valori normali. Anzi ci sono numerose testimonianze di persone guarite dal diabete con il digiuno.

Il digiuno previene le malattie autoimmuni

Secondo la teoria molecolare proposta dal medico americano Eric Yarnell, alimentarsi durante l’infezione da microrganismi produttori di neuraminidasi, una proteina utilizzata da virus e batteri per infettare le cellule, esporrebbe al rischio di sviluppare una patologia autoimmune. In particolare, il modello proposto da Yarnell prende in considerazione l’insorgenza del diabete melato di tipo 1. Lo stato infettivo induce le cellule del pancreas a esporre sulla loro superficie delle particolari molecole proteiche (lectine), molecole che sono molto simili a proteine assunte con la dieta. Una potenziale risposta immunitaria rivolta contro le molecole simili alle lecite assunte con il cibo può portare alla produzione di auto-anticorpi che distruggeranno le cellule beta del pancreas. Astenersi dal cibo durante stati febbrili di origine infettiva è quindi un fattore di prevenzione importante verso il diabete giovanile e verso tutte quelle condizioni di autoimmunità in cui avvengono fenomeni di mimetismo molecolare simile a quello sopra descritto.
Proprio nelle patologie di natura autoimmunitaria ritroviamo l’ennesima forte indicazione della digiunoterapia: infatti, l’artrite reumatoide risponde benissimo alla deprivazione calorica, tanto che è nostra esperienza la riduzione ai minimi termini della sintomatologia infiammatoria, tale da giustificare la fine del trattamento con cortisonici. Nel campo degli stati infiammatori dolorosi a carico delle articolazioni, il digiuno è in ogni caso di rapida e potente efficacia. Difatti la scomparsa o la forte riduzione di gonfiori e dolori sia di recente che di vecchia insorgenza è uno dei più chiari effetti che otteniamo già dai primi giorni di digiuno. Le spiegazioni di questo fenomeno le individuiamo sia nell’effetto antiossidante sia in quello depurativo; infatti, molti casi di infiammazione cronica articolare sono supportati anche da una forte componente tossica locale di cui, ad esempio, le calcificazioni e le crisi gottose sono le conseguenza estreme.

L’autofagia cellulare: la chiave della salute e della longevità

La scienza ha scoperto, ormai da tempo, un meccanismo biologico fondamentale; l’autofagia cellulare, inducibile attraverso la riduzione delle calorie alimentari ottenuta tramite la pratica costante di un digiuno controllato di breve durata. Tale meccanismo permette infatti, in modo naturale, l’auto riparazione e la rigenerazione delle componenti cellulari danneggiate dall’azione dei radicali liberi (lo stress ossidativo), stress chimico alla base della grande maggioranza delle malattie che ci affliggono e causa precoce di invecchiamento delle cellule e dell’intero organismo.
Che cosa lega la riduzione delle calorie alimentari al mantenimento della salute e alla maggior longevità? E, se esiste, qual’è il meccanismo biologico che è direttamente responsabile della riparazione dei danni alle cellule e che ne ritarda il decadimento, favorendo benessere e longevità all’intero organismo? E’ l’autofagia cellulare il fenomeno alla base delle relazioni precedenti, l’evento fisiologico che collega tra loro gli effetti benefici ed anti-invecchiamento della riduzione delle calorie alimentari, la riparazione dei danni da “stress ossidativo”, il rallentamento del ritmo di divisione delle cellule e quindi la longevità degli organismi stessi, uomo compreso.

Caratteristiche dell’autofagia: riciclo e “ringiovanimento” delle cellule

L’autofagia (dal greco “mangiare se stessi”) o “autolisi”, è un fenomeno a livello cellulare, conosciuto da più di quarant’anni, che gioca un ruolo importante nella fisiologia e nella patologia di tutte le cellule eucariote (cioè quelle dotate di un vero nucleo e di vari organelli), è un fenomeno onnipresente nelle forme viventi superiori (dai lieviti, alle piante e agli animali, compresi i mammiferi). Essa è il principale meccanismo cellulare per la degradazione delle proteine, di parti della membrana cellulare o degli organuli del citoplasma; si attiva in presenza di organuli cellulari danneggiati dallo “stress ossidativo” (come ad esempio i mitocondri o i perossisomi logorati), di “aggregati intracellulari” ingombranti di proteine, e si mette in moto anche nel caso che risultino carenti le indispensabili sostanze energetiche, cioè il carburante cellulare. Essa costituisce quindi un processo essenziale per la sopravvivenza cellulare in periodi di limitata disponibilità di sostanze nutritive, provvedendo in tal caso a procurare le sostanze energetiche necessarie attraverso la degradazione e il riciclo di costituenti cellulari già esistenti.
Il suo scopritore, il premio Nobel belga Christian de Duve, descrive bene questo fenomeno: “Col passare degli anni, le cellule hanno distrutto e ricostituito centinaia, se non migliaia di volte, la maggior parte delle proprie molecole costitutive. Le cellule distruggono e ricostituiscono continuamente i propri componenti, ad una velocità elevatissima. Assomigliano a quelle case antiche che conservano esattamente lo stesso aspetto di quando furono costruite, ma che, a causa di numerosi restauri non hanno più alcun vetro, tegola, mattone o solaio originale. tuttavia, se per una casa questo processo richiede secoli, per una cellula vivente è solo questione di giorni. Per auto-ripararsi, la cellula smantella e si nutre delle proprie parti danneggiate, digerendole. Dopo aver disfatto le proprie strutture “pericolanti”, essa si ricostruisce con materiali nuovi e sani… grazie al rinnovamento, le cellule sostituiscono continuamente i loro componenti con altri appena sintetizzati, realizzando così qualcosa di molto vicino alla “giovinezza eterna”.” Quindi questo processo di distruzione di strutture usurate, danneggiate o in eccesso, chiamato appunto autofagia, prevede la sostituzione delle parti malate e logore delle cellule da parte di componenti nuove create dall’organismo stesso, in un sorprendente processo (un buon esempio di riciclo ecologico!) durante il quale il corpo “si mangia da solo” per rigenerarsi e ringiovanire.
Il digiuno è molto più di un metodo terapeutico per trattare problemi di salute: è un metodo eccezionale per migliorare l’umore complessivo e per vivere in salute. Il digiuno ha fatto parte integrante della dieta dell’uomo per milioni di anni e quindi il nostro corpo deve interrompere l’assunzione del cibo periodicamente. Spesso arriva a mettere chi lo pratica in grado di riprendere il controllo della propria vita in situazioni di rischio e di imprimerle una nuova direzione.

Digiuno di un giorno e correlazioni astrologiche

Secondo alcuni, il digiuno realizzato in un certo giorno della settimana ci mette in risonanza con il flusso sottile astrale della pianeta che influenza in modo dominante quella giornata. Realizzare con regolarità il digiuno in quella giornata della settimana porta nel tempo all’assimilazione nel proprio essere degli aspetti benefici corrispondenti alla rispettiva sfera di forza e influenza planetaria.
  • Il digiuno fatto martedì (giorno situato sotto l’influenza sottile planetaria di Marte): Amplifica la mascolinità ed elimina le situazioni di vita che implicano violenza.
  • Il digiuno fatto mercoledì (giorno situato sotto l’influenza sottile planetaria di Mercurio): Permette il successo materiale
  • Il digiuno fatto venerdì (giorno situato sotto l’influenza sottile planetaria di Venere): Favorisce l’assimilazione degli aspetti che riguardano l’amore, l’armonia, la pace interiore e la felicità
  • Il digiuno fatto domenica (giorno situato sotto l’influenza sottile del Sole): Conferisce uno stato di solarità
E’ indicato realizzare un digiuno più lungo di 3 giorni sotto la guida di un medico naturopata. Il digiuno non è consigliato alle persone sottopeso, con una scarsa vitalità e ghiandole surrenali affaticate, ipo-tese, con gravi carenze di minerali e vitamine, in questi casi sono da preferire le cure con succhi di frutta e verdura. Le informazioni contenute in questo articolo sono da considerarsi puramente come divulgative ed educative e non costituiscono un invito all’autodiagnosi o automedicazione.
Bibliografia
“Il digiuno come cura e prevenzione” (Massimo Melelli Roia)
“Digiuno, Autofagia e Longevità. Come rinnovare le cellule per vivere più a lungo in salute” (Ulisse Franciosi)

venerdì 6 maggio 2016



SM... Semplice Mente




Da quando ho iniziato la mia ricerca indipendente 
sull'applicazione degli Strumenti di Inversione, mi sono trovata spesso spiazzata. Spiazzata dalla velocità e semplicità con cui tante problematiche potrebbero essere comprese e forse, anche risolte. Sarebbe una follia pensare che questi semplici esercizi didattici e un modo di pensare logico, potrebbero aiutare a comprendere situazioni complesse come la Sclerosi Multipla, per esempio. Da sempre… mi sono permessa di sognare.
Il mio contatto con questo “format di comunicazione”, (non uso la espressione malattia), è iniziato assieme alla amicizia con una delle insegnanti dell’IMA, Beatrice Carnaghi. Beatrice ha vissuto l’esperienza della sclerosi multipla alla età di 26 anni. Da quando le è stata diagnosticata, ha deciso di non averla. Il periodo che stava vivendo era molto critico e sarebbe quasi possibile determinare precisamente, la data e l’ora in cui quella forma di comunicazione si è presentata a lei. I conflitti e le situazioni che non accettava in quel preciso momento della sua vita, hanno creato dentro di lei una sorta di ribellione silenziosa. Silenziosa ma efficace.


Da quanto ho potuto osservare, nei risultati del mio lavoro, le cellule registrano tutto. È questo che ci spiega giustamente l’epigenetica: questi registri, una volta sul cervello (che è una specie di server) prenderebbero forma o andrebbero a pigiare dei tasti specifici. Dipendendo dal livello emotivo o dell’interpretazione che ogni individuo ha della realtà e di sé, il risultato di questi eventi possono essere diversi. È come se, ad ogni cosa che ci succede il nostro cervello usasse delle lenti per interpretare l’evento. 

Dipendendo della nostra struttura emozionale, cognitiva e dalla capacità di comprensione, riusciremo ad elaborare molte situazioni senza difficoltà, anche se complicate o traumatiche. Comunque sia, l’evento rimane registrato sulla cellula manifestandosi o meno nel arco della vita. Come ho detto, tutto dipende dalle lenti che usiamo. Cosa definisce il nostro tipo di lente? La nostra storia ed il nostro ambiente. Quello che abbiamo vissuto ed il modo con cui ci hanno insegnato a vedere il mondo determina le lente.

La forma con la quale il cervello registra un abbandono, un abuso o
una perdita, per esempio, può essere diversa fra gli individui, perché ognuno ha un set di lenti diversi degli altri. Credo che la biologia potrebbe spiegare ancora meglio tutto questo.
Negli ultimi tempi molti studi sono stati fatti: il Prof. Moshe Szyf, biologo molecolare e genetista, e Michael Meaney, neurobiologo, entrambi della McGill University di Montreal hanno lavorato ad un’ipotesi tanto improbabile da un punto di vista scientifico, quanto profonda: se la dieta e i composti chimici possono causare cambiamenti epigenetici, anche lo stress o certe esperienze negative nella vita potrebbero determinare cambiamenti epigenetici al DNA dei neuroni? Da qui le basi di un nuovo campo di ricerca: l’Epigenetica comportamentale. I due ricercatori hanno dimostrato la correlazione tra paura, stress cronico e modifiche epigenetiche nel cervello.


Quando ho ideato gli Strumenti di Inversione Neurolinguistica non intendevo lavorare a livello epigenetico, volevo solo aiutare le persone a risolvere i loro problemi, soprattutto quelli “ripetitivi”. Ma sembra essere successo qualcos'altro. Ho avuto l’opportunità di confrontare personalmente la mia ricerca con il Professor Mosche Szyf.  Lui non ha escluso la possibilità che in qualche modo, l’approccio didattico potrebbe intervenire a livello cellulare. Ovviamente né io né lui sapevamo come, e sarebbe ancora tutto da comprovare. A questo serve la ricerca e l’evoluzione.
A distanza di tre anni dal primo incontro con il Prof. Moshe Szyf   ho potuto costatare che:
  •     gli Strumenti di Inversione Neurolinguistica lavorano a livello cognitivo (s’imparano);
  •     la didattica (intesa come forma di comunicazione mirata) può insegnare all'individuo a rivedere consciamente la sua storia e le situazioni che hanno determinato i suoi problemi;
  •      Il linguaggio usato da una persona è determinante per individuare le lenti;
  •     Gli strumenti didattici porterebbero la persona ad invertire il suo linguaggio ed il modo di vedere che determina quadri ripetitivi. Se è nella sua volontà.


           Ovviamente siamo solo alla punta dell’iceberg ma credo che la didattica, come forma di comunicazione, apra la mente dell’individuo, per poi, in un secondo momento, lasciare a lui stesso la correzione e la gestione del suo problema;

•       Si può insegnare la guarigione? Penso di si, ma bisogna prima portare l’individuo a sviluppare autonomamente la comunicazione su tre livelli: interno, esterno e subliminale.



Ritorniamo alla Sclerosi Multipla. Come ho detto prima, non vedo differenze fra le forme di comunicazione del corpo (malattie). La SM, potrebbe rappresentare una forma di contrasto, ribellione o conflitto tenuto dentro l’individuo in modo silenzioso. Le persone con cui ho potuto parlare ed osservare questo argomento, hanno descritto momenti o periodi in cui qualcosa non andava bene o era difficile da accettare. Non sto affermando che ogni volta che non riusciamo a digerire una situazione svilupperemo la SM, ma è probabile che questo evento si accenda se e poiché si trova nella storia genetica dell’individuo. La cosa interessante, che mi fa anche sorridere, è che ogni persona, essendo il risultato dell’incrocio di altre migliaia o milioni di persone, possiede ovviamente tutti i geni di tutte le malattie. Non si può sapere quale di questi si accenderà e quale resterà spento, per ora.  Quel che determina un’accensione piuttosto che un’altra è ancora da scoprire.

Un altro aspetto che ha colpito la mia attenzione è che non tutte le persone affette da SM sono aperte alla possibilità di invertire o conoscere a fondo loro problema. Forse il format mentale o l’ambiente porta l’individuo a fondersi, identificarsi e coltivare la sua situazione di disagio?  Questa situazione sarebbe forse comoda per gestirne delle altre? Non lo so, per ora mi pongo soltanto delle domande. Mi piacerebbe molto poter approfondire ancora di più questo aspetto.


  • E se fosse possibile insegnare la guarigione?
  • E se fosse possibile invertire la forma pensiero di una persona per invertire anche i suoi registri traumatici?
  • E se fosse possibile lavorare sui genitori per evitare l’eredità delle malattie ai loro figli?
  • E se fosse possibile unire la biologia alla pedagogia, la psicologia alla medicina, la matematica alla comunicazione e alla fisica? Senza separare la visione che abbiamo del corpo e della vita umana?
  • E se fosse l’educazione la forma di comunicazione più potente? Che fosse l’educazione a portare l’individuo, ancora piccolo, a saper gestire il suo sistema di comprensione e il suo sistema biologico?



Ovviamente, da insegnante, percepisco questa possibilità e mi permetto anche di affermare che la didattica, in quanto sistema di comunicazione, può essere più incisiva e ampia di quanto si conosce tuttora.

Scienziato o meno, desidero fare tutto quello che è alla mia portata per contribuire ad un mondo migliore e più semplice. L’inversione neurolinguistica non è la salvezza di ogni male. La vedo come un pixel che completa lo schermo dove si vede un film chiamato evoluzione.

Luciane Arboitte dos Santos

Se desideri collaborare con la mia ricerca, scrivimi: luciane@ima.academy.

www.lucianedossantos.com
www.inl.academy

martedì 19 aprile 2016

Vuoi comprare uno squalo? Se lo prendi te ne regalo altri due! Human business … in mare aperto.


Da piccoli scopriamo che avere paura degli squali è prudente e che le balene sono immense e buone. Poi va bè… ci sono le balene assassine e minacciose come quella che ha inghiottito il papà di Pinocchio. Comunque sia, quando le persone vedono una balena provano un tipo di emozione e quando vedono uno squalo, un altro.

Per come vedo il mondo del business e dei venditori di business è uguale.

Vedo come squali quegli imprenditori semi-umani che al posto degli occhi hanno due portamonete e che, con tanto di lode allo zio Sam, hanno seguito alla lettera il suo modello straniero amburghiano di comportamento professionale.

Pensare al mondo del business e degli affari di questi tempi è come guardare un film degli anni cinquanta modificato dal computer. Questi squali del mondo del business non sono solo un po’ fuori dalla realtà, ma hanno anche un grosso problema di comunicazione. Anche se è la prima cosa che studiano per fare quel tipo di “danno” alle persone, usano un sistema vecchio che ha effetti soltanto sulle persone che non hanno capacità di osservare la realtà o che sono in preda ad un gran dolore e una grande paura.
È possibile che ancora dobbiamo assistere a centinaia di filmatini postati nei social media dove qualcuno ti vende la sua ricetta di come avere i suoi milioni? E il bello è che molti di noi pagheranno per averla, solo che in questo modo lui continuerà ad essere ricco e noi continueremo a pagarlo per avere la ricetta e così via…

La verità è che in gioco c’è l’offerta e non il prodotto.

Basta guardarne uno di questi filmati, tanto gli altri sono tutti uguali. Fa impressione assistere a quarantacinque minuti di filmato per sapere che quello che ti vogliono dire (e che ti diranno negli ultimi cinque minuti) è in un altro filmato, che potrai vedere solo pagando ovviamente. Ma non conoscono un altro modo di fare questo lavoro?
La cosa più divertente è che sembra funzionare! Questo vuole dire due semplici cose: o la gente ancora dorme, oppure è pigra e sta aspettando che qualcuno pubblichi su un libro la ricetta pronta. E gli squali, da bravi nuotatori, fanno quello che devono fare.

Sarebbe possibile che questi cervelli alfa, che dimostrano al pubblico i loro numeri e la loro formula vincente, alla fine si stiano guardando solo fra di loro? Certi venditori di successo sembrano squali che nuotano in una piscina piena di altri squali ma se entrano in mare aperto possono trovarsi davanti una bella orca assassina che li fa fuori in due morsi. Se fossero in mare aperto però sarebbero liberi e anche felici. Riuscirebbero ad essere più attenti alle regole della natura e con la loro dentatura magnifica non gli mancherebbe mai il cibo.

Conoscere i veri bisogni delle persone e aprirsi verso un nuovo linguaggio sarebbe una mossa da campioni. Per tanti, ahimè, credo sia ancora comodo restare in piscina aspettando le vittime che entrano per fare un bagno e dove lì lasciano soldi e gambe. Le nuove generazioni non seguiranno certe orme; è bene svegliarsi per tempo.

Cosa serve cambiare? Mentalità? Linguaggio? Strategia?

Servirebbe cambiare pianeta o sostituire certe teste? Tutto! Nel frattempo, usiamo la conoscenza che abbiamo per evolvere. Questo vuol dire che dentro di ognuno di noi, squali compresi, nulla resterà come prima. L’alternativa all'evoluzione è l’estinzione.

Chi non si adeguerà ad un nuovo stile di mercato, di lavoro, di business e principalmente di comunicazione, resterà dov'è… ovvero, nuotando in piscina. Se la schiavitù fa parte del passato vuol dire che anche un certo tipo di marketing e di business, oltre che il rapporto di lavoro e denaro, hanno i giorni contati. I bambini crescono e non seguiranno le orme dei loro genitori se questi non sono in linea con la loro intelligenza, anzi… o getteranno via tutto il loro patrimonio oppure lo distruggeranno. Basta osservare la storia.


Quello che chiamano crisi non è che evoluzione, ma l’evoluzione prevede la liberazione degli squali in mare aperto. Potranno sopravvivere, ovvio, ma solo se non si troveranno davanti ad un’orca, che è sempre stata libera, ed alla quale molto probabilmente faranno da spuntino. Le possibilità di sopravvivenza per gli squali sono grandi, ma a patto di doversi adeguare e magari nuotare vicino alle orche, giacché competere con loro non sarebbe del tutto intelligente.

Mare e pescicidio a parte, quello che vorrei vedere è più chiarezza, più verità e onestà da parte di chiunque decida di condurre qualcun’altro al suo successo. La mente umana poteva essere programmata con un determinato sistema è vero, ma è altrettanto vero che col tempo questa si sta aggiornando; in futuro non servirà dunque alcun tipo di programmazione per far ottenere all'umano quello che desidera, perché lo potrà fare da solo.
Forse servirà solo spiegargli chi è veramente nella sua essenza, al fine di poterlo mettere nella condizione di essere d’esempio per gli altri.


Luciane Arboitte dos Santos
www.inl.academy
www.lucianedossantos.com


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mercoledì 6 aprile 2016

SOFFERENZA VIOLENTA





È possibile che tutte le dipendenze abbiano lo stesso principio: l’emozione di spinta e l’emozione finale. Esiste comunque il punto di mezzo.  Ci sono situazioni che si ripetono e per questo le vedo come dipendenza, la violenza domestica, per esempio, è una di queste situazioni ripetitive. C’è chi è dipendente  da situazioni conflittuali o violente.



Combattere la violenza contro le donne è come combattere per la pace nel mondo”. Una contraddizione in termini. 



Il combattimento deve utilizzare come spinta una reazione uguale a quella che lo ha provocato. Non è soltanto il gesto violento contro le donne che deve finire, è il gesto stesso già lì dove nasce, nell'uomo. La prima vittima della violenza stessa.



Per risolvere un problema dobbiamo uscire dalla visione e dal linguaggio del problema.



Per esempio; se osservo un’equazione (o situazione) personale attraverso la matematica degli eventi è possibile individuare il perché una donna attira nella sua vita l’uomo che la maltratta. 

 Mi riferisco a campi di attrazione e gravità emozionale, oltre che alla logica dei geni.

È molto comune sentire dire dalle donne che, se ci sono due pretendenti, uno buono e dolce e l’altro complicato ed inaffidabile, sceglieranno il secondo.

Perché?


Perché quello è perfetto per la sua equazione che non prevede l’amore per sé stessa.





a) L’uomo violento o inaffidabile è la replica di qualcosa o qualcuno   che ha registrato dentro di sé. 



b) La donna vittima invece, ha lo stesso registro al femminile. 




Il registro sarebbe il ricordo segnato sulla cellula, come spiega l'epigenetica ( la grande novità della biologia del XXI secolo, che afferma la regolazione dell'espressione genetica in dipendenza della situazione ambientale e trasmissibile per via ereditaria). Non necessariamente, dunque, generato da un evento vissuto in prima persona, ma ricevuto dalla madre e dal padre a livello cellulare. La sofferenza si tramanda. 



Sarebbe anche possibile “prevenire” le conseguenze attraverso una visione logica, agendo per tempo o soltanto conoscendo le dinamiche famigliari registrate. 



L’importante è non fare finta che il problema non esista.



Noi umani, uomini e donne, siamo tutti portatori sani di violenza. Quest’eredità non è solo personale ma anche collettiva. Gli uomini non sono violenti perché lo vogliono essere, ma in realtà amano a prescindere da quello che fanno. Esistono geni che si accendono da ricordi non risolti, non compresi e che possono essere collettivi e molto antichi. Serve scoprire il momento o l’origine del registro per spegnere il meccanismo. Tante volte è possibile invertire questa situazione, altre non più. Dipende da quanto il sistema della persona è stato compromesso dalla sofferenza e da quanto tempo crede questa sia il suo modo di essere.



Faccio un esempio:

Un uomo ama sua moglie e i suoi figli. Per un motivo qualsiasi perde la pazienza o prova una gelosia assurda. A quel punto esce dal suo momento presente e cade dentro alla propria linea temporale, diventando qualcun altro. Può darsi che si veda al posto del padre o di qualcuno che faceva la stessa cosa, oppure, può essere che un gene epigenetico (ricordo registrato nella cellula) si accenda. Tutti abbiamo i geni primitivi dentro di noi. Non tutti riescono a controllarli o a riconoscerli. Quest’uomo usa la violenza come linguaggio, generando e attualizzando la scena del ricordo traumatico, riavviando così il programma sui figli e sulla moglie. Passato l’effetto cosa rimane? 

Colpa, tristezza, vergogna … può darsi che questi effetti siano talmente devastanti che non vorrà vederli e quindi assume quell'atteggiamento come suo, come parte della sua personalità. Se non lo vorrà vedere, o correggere, rimane registrato più in profondità e facilmente verrà tramandato ad un discendente più evoluto - i discendenti sono sempre più evoluti degli antenati.



Cosa fare?

La prima cosa in assoluto è riunire tutte le informazioni disponibili sulla storia personale di ogni individuo coinvolto. Se si segue la linea degli eventi possiamo verificare che non sono nuovi. Nessuna coppia si trova insieme per caso.

Le persone adulte non sono solo adulte, ma hanno registri indelebili che sono sempre attivi e non seppelliti nel passato, come si può pensare. Ad ogni situazione questi registri si accendono o si palesano soltanto al tramandarsi del problema. È importante agire in modo diretto, rispettando il dolore delle due parti.   Combattere, criticare, giudicare senza aiutare le persone coinvolte è inutile, affligge la persona violenta ma non svolge un’azione preventiva per quanto riguarda i discendenti.

Le donne corrono e chiedono aiuto, si muovono … l’uomo soffre in silenzio. Il silenzio cristallizza e porta ad una visione appannata di sé e della vita stessa. Quello che voglio dire è che esiste dolore e disfunzioni da tutte e due le parti.




I programmi ereditati di una coppia sono identificabili dal loro atteggiamento e storia famigliare. 

Sarebbe ideale che ogni coppia, ancora prima di sposarsi conoscesse questi programmi per prevenire e correggere in tempo possibili conflitti. Aiutare giovani coppie e genitori a interrompere certi processi porterebbe a quello che tutti noi pensiamo sia un mondo migliore.



Secondo una visione inversa, o logica, combattere non è l’approccio giusto per il futuro. È un atteggiamento vecchio e incoerente. Se combattiamo qualcosa significa che esiste la possibilità di vincere, ma anche di perdere la battaglia. Il combattimento richiede forza per attaccare e resistere. L’intelligenza non combatte ma studia il conflitto. Ogni situazione ha una sua sequenza logica. Il combattimento è la mancanza di visione del quadro completo degli eventi. Penso che il ragionamento corretto sarebbe “comprendere e correggere”. La correzione implica strategia, intelligenza e la possibilità di continuare fino alla fine senza mai perdere la battaglia. 



Scrivere sui cartelloni che dobbiamo combattere la violenza sulle donne, facendo vedere anche l’immagine della violenza, registra ancora di più il suo contrario, dal mio punto di vista è un marketing dell’orrore.  




L’invito è di guardare al di là del ponte, di seguire la strada verso una correzione a livello generazionale e di aiutare anche la parte che in tutto questo rimane persa, non amata e giudicata: l’uomo. Il dolore maschile provoca continuamente le sue vittime. L’educazione e l’intelligenza sarebbero di grande aiuto. Ricordiamoci, nel mondo perfetto non esistono i cattivi, ma soltanto quelli che vedono e quelli che ancora non vedono.


È possibile spiegare ai bambini lo stesso processo rendendoli partecipi dell’osservazione al di là dell’emozione. Se la madre sarà vista come vittima del padre il conflitto sarà dentro il figlio. I figli derivano dalla stessa sostanza di padre e madre. 


La materia di cui un essere umano è fatto non può combattere con sé stessa.


 La situazione violenta, quindi, si trasferirà in altri parametri della vita maschile o femminile dei figli. La compassione per la madre e la rabbia verso il padre annichilisce una componente importante del figlio. La vita porterà questa distorsione ad una correzione che potrà avvenire con la ripetizione o con la comprensione del problema.  


L’importante ruolo della donna in quanto madre è di interrompere il quadro ripetitivo sia per le figlie che per i figli. La madre è fonte di tutto ciò più di quanto si possa pensare. 

Un uomo violento è stato bambino ed è stato allevato da una madre che, in molti casi, attraverso il suo amore soffocante, ha generato nel figlio una rabbia silenziosa che scoppierà un giorno verso un’altra donna. 

Ci sono molte sfumature da conoscere, ogni caso presenta una sua matrice.  Sta arrivando il momento in cui possiamo veramente studiare il nostro funzionamento staccati da credenze e giudizi per comprendere quanto sia meravigliosa la vita e la natura umana. Non esistono errori o problemi, esistono soltanto cose che ancora non comprendiamo. L’amore può trasformare il mondo, ma l’amore è intelligente.



Non esistono colpevoli o vittime. Esistono persone coinvolte dal dolore.


Luciane Arboitte dos Santos
www.lucianedossantos.com